Il contagio di Sisifo

Roberto PECCHIOLI

Domenica mattina, esterno giorno. Un gruppo di adolescenti, calciatori dilettanti, aspetta allegro il pullman che li porterà nella località dove effettueranno un “ritiro” di qualche giorno. Sono molti, gridano, si spingono e si accalcano, scherzano come fanno i ragazzi, circondati da genitori e parenti. Sono felici dell’avventura, imitazione degli eroi degli stadi che sognano di diventare: una scena di vita e di giovinezza. Una signora scende dall’ autobus e inizia a lamentarsi scandalizzata: vuole, pretende, il distanziamento. La accoglie una fragorosa, franca risata collettiva dei calciatori in erba. Stavolta, “una risata li seppellirà”.

Sul giornale leggiamo il monito di un’altissima autorità pubblica – che non possiamo criticare per non essere accusati di vilipendio: “chi pretende di non vaccinarsi e comunque di svolgere una vita normale, frequentando luoghi condivisi di lavoro, intrattenimento, svago, costringe tutti gli altri a limitare la propria libertà, a rinunziare a prospettive di normalità di vita”. Inquietante predicozzo: esisterebbe una libertà collettiva – di cui non vi è traccia nelle norme scritte – superiore a quella personale, violare la quale è la pretesa di una vita “normale”. Esercitare il diritto garantito dall’articolo 32 della costituzione– diventata un foglio stinto destinato al macero – diventa impossibile: lo vietano i superiori. Ipse dixit, lo ha detto lui, come l’autorità di Aristotele.

E’ il tempo del TSO (trattamento sanitario obbligatorio) di massa; chi non ci sta è un untore e un assassino. Pensiamo se frasi come quella citata fossero state pronunciate due anni fa. L’epidemia della perdita di libertà corre più veloce delle infinite varianti del Sars –Cov 2, la cui diffusione la narrativa ufficiale attribuiva a un ignaro pipistrello cinese. Proprio vero che il popolo ama essere ingannato.

Viviamo al tempo del contagio di Sisifo. Nella mitologia greca Sisifo era condannato a spingere eternamente su un monte un macigno che, arrivato sulla cima, ricadeva in basso. Così è la storia del coronavirus: tra prima, seconda, ennesima ondata, non se ne viene mai fuori, nonostante restrizioni, perdita di libertà personale, divieti, miracolose terapie.

Preparano la gente – il gregge mansueto, impaurito chiamato popolo- alla terza iniezione del liquido misterioso che – è evidente – non risolve il problema. Pure, prepariamo fiduciosi il braccio alla siringa. Chi non ci sta è un nemico pubblico che non ha diritto di parola e forse neanche di vita, stando alle frasi violente pronunciate da autorevoli esponenti del potere mediatico, politico, economico, sanitario. Loro, perlomeno, si sono tolti la maschera. Cianciano di “obbligo morale” coloro che dell’immoralità, del tornaconto, dell’inganno permanente hanno fatto un modello di comportamento.  Sono loro i veri sociopatici.

Sul far della sera dobbiamo ascoltare a reti unificate il bollettino virale. Morti, ricoverati, tasso di occupazione di ospedali oggetto di tagli selvaggi da trent’anni, numero di tamponi eseguiti, la percentuale quotidiana dei “contagiati”. Usiamo le virgolette perché un tampone positivo non significa malattia. Le stesse statistiche ufficiali parlano di quasi la metà di asintomatici. Un altro imbroglio dei padroni delle parole: contagio è termine terribile, evoca paure ancestrali, trasmissione incontrollata del morbo, induce ad allontanarsi dal prossimo, quell’Altro dal quale il potere ci vuole distanti, estranei, nemici. Addirittura istiga comportamenti intrisi di odio, intolleranza, prodromo di inevitabile violenza, naturalmente dietro la maschera della virtù, della prudenza, della crociata laica per la vita.

Quanto è lontano “l’umanesimo dell’altro uomo” di un Emmanuel Lévinas, che sorge dall’incontro con il volto altrui.  Comprendo chi sono quando l’altro instaura una relazione con me; scopro che il fondamento della mia soggettività è eticità, senso morale. L’uomo vince l’egoismo nel momento in cui si protende verso l’altro. L’etica nasce come scoperta dell’alterità. La dimensione etica dell’esistenza prende avvio dalla rinuncia all’assolutezza dell’io, la risposta a un appello che viene dall’altro, il cui volto è la rivelazione di una trascendenza. Nell’incontro con l’altro, Lèvinas vede l’esperienza fondamentale del nostro  vivere. Nella manifestazione del volto, ora celato, nella sua “epifania”, scopro che il mondo è mio nella misura in cui lo posso condividere con l’Altro.

Ma l’altro è un nemico, addirittura un assassino – parola dei mandarini del potere – se si approssima, se si mostra, se disperde nell’aria il suo alito. In questo senso la maschera, nel mondo di ieri lugubre simbolo di impersonalità, diventa il vero me stesso, il pegno dell’appartenenza al gregge e ai suoi pastori.

Il Sisifo collettivo dell’era virale si abitua alle dipendenze. Le indagini ufficiali e il senso comune confermano che è aumentato il consumo di droghe, alcool, psicofarmaci. Ovvio, il timore del contagio unito all’incomunicabilità produce ansia, depressione, senso di impotenza, terrore, tendenze distruttive e irrazionali. Avanza il consumo di pornografia, che è significativamente gratuita, mentre il governo, tanto sollecito nella repressione delle persone comuni, consente le follie dei rave party.

Se aumentano le dipendenze, diminuiscono le libertà. E’ “smart”, furbo, tutto ciò che può svolgersi in solitudine. Il lavoro, la scuola, l’università, anche l’acquisto di merci, che diventa virtuale, solipsistico nell’Amazon-mondo, gli spettacoli a cui assistere davanti a uno dei numerosi schermi elettronici diventati unico tramite tra noi e il resto del mondo. Anche l’amicizia si coltiva a distanza, sulle reti sociali. L’agorà è sostituita dall’ingiuria via Facebook, Twitter, Instagram. Un’era solitaria, triste, onanista.

Per lavorare, in barba alla costituzione, alla democrazia, allo Stato di diritto – parole vuote crollate come un castello di carte davanti all’ esserino invisibile- occorre la certificazione di aver adempiuto a un atto – la vaccinazione- che non è imposto da alcuna norma. Ora dicono che obbligheranno per legge. Meglio così: una chiarezza dinanzi alla quale qualcuno tenterà la strada legale, il cui esito sarà la prova provata che non esistono organi di garanzia indipendenti, ossia che non c’è “un giudice a Berlino”. Il messaggio che lanciano è allarmante: non se ne potrà far nulla sino al 2023. Decodificato, significa che Sisifo trascinerà il macigno per almeno altri due anni: parola loro.

In Australia e Nuova Zelanda, propaggini dell’Occidente agli antipodi, serrano le frontiere, impongono divieti sconcertanti nonostante la scarsa incidenza della malattia. Evidentemente, i loro governi – da sempre servitori delle oligarchie anglosassoni – sono stati scelti dal Dominio per testare la resistenza e l’acquiescenza al nuovo regime di popolazioni radicate nello Stato di diritto, abituate alla libertà.

Sotto il profilo simbolico, nulla sorprende più dei disinfettanti nelle acquasantiere svuotate delle chiese. La purificazione diventa sanificazione, la salvezza dell’anima cede a quella – provvisoria- del corpo. Dio, esautorato, si ritira. Per Giorgio Agamben in questo modo la Chiesa ha perduto il prossimo. Vero, ma non sarebbe accaduto se prima non avesse smarrito la fede.

Fu enorme la capacità di analisi di un testo di mezzo secolo fa, La folla solitaria, di David Riesman. Al centro il carattere americano, paradigma dell’intero Occidente. Innumerevoli sono le intuizioni acute e anticipatrici da cui emerge la figura – per molti certi versi tragica, per altri ridicola – dell’uomo massa: eterodiretto, educato alla scuola del conformismo, schiacciato dal bisogno di approvazione e di successo, abitatore di un mondo dominato dalle apparenze, spogliato dell’individualità, solo e disarmato nella moltitudine. Il colpo finale a quest’umanità dimezzata è il tempo – sospeso, interminabile, forse pressoché definitivo- dell’epidemia, epitome di una fulminea, sconcertante regressione dell’homo sapiens a fragile, terrorizzato atomo solitario.

Un esempio che turba è la potenza coattiva, la ripetizione minacciosa, incontenibile dei messaggi a cui non si può sfuggire. In autobus o metropolitana, in un tragitto ferroviario si viene inseguiti, aggrediti, quasi perseguitati dagli altoparlanti che ammoniscono continuamente sul “corretto uso della mascherina” sulle distanze da tenere, con l’esposizione di minacce, intimazioni, punizioni dei trasgressori. I mezzi pubblici non risparmiano i finestrini: alcuni devono rimanere aperti, e le scritte rammentano che chi osasse chiuderli sarebbe sanzionato penalmente. Per alcuni è una tortura psicologica senza possibilità di fuga, per i più è un messaggio che si insinua nella mente fino a riconfigurarla, un aspetto del Grande Reset.

La statistica informa che l’aspettativa di vita è calata di oltre un anno nel biennio epidemico. Figureranno nelle cause i decessi per incuria, la disperazione di chi si lascia morire di solitudine e depressione, il crollo delle terapie per tutte le patologie diverse dal Covid?

La pubblicità- vangelo apocrifo creduto religiosamente –  fa la sua parte: si diffondono messaggi commerciali i cui protagonisti (testimonial, testimoni, definizione assai appropriata) appaiono con mascherina. In uno, due persone suggellano lieti una compravendita – la reclame è l’enciclopedia del mondo mercato- tendendosi non la mano, ma il gomito. “Sul ponte di Bassano noi ci darem la mano”, recitava la canzone degli alpini “e un bacin d’amor”. Ricordi di ieri: darsi la mano è vivamente sconsigliato, il “bacin d’amor” un atto antisociale.

 

Il mondo del Sisifo postmoderno è surreale. Nell’arte, il surrealismo intendeva evocare un automatismo psichico, il processo in cui l’inconscio emerge e comanda. Il “bacin d’amor” diventa, nel dipinto di René Magritte Gli amanti, la rappresentazione ansiogena di due esseri divisi da un velo che li rende ciechi, invisibili all’Altro, una sorta di muro che respinge. Viene da sorridere alle parole d’ordine spazzate via dall’impalpabile Covid 19: abbattere muri, costruire ponti. Da oltre un anno e mezzo e chissà per quanto tempo ancora (dipende dai Padroni Universali!) vengono innalzati muri di ogni sorta, sempre meno invisibili, sempre più difficili da valicare. E’ il liberalismo reale al tempo del nuovo colera globale.

Sisifo fu condannato per la sua vita di sovrano violento, ingiusto. Noi siamo condannati e basta. Il delitto per cui subiamo il castigo è la normalità, diventata “pretesa” perfino nelle parole del mite presidente della squinternata repubblica. La durata della pena non è determinata, le imputazioni di oggi, solo ieri erano diritti, l’autorità è inaccessibile. Tra varianti delta, lambda e mai omega – l’ultima, il termine- accettiamo con fiducia terza e quarta dose. Nell’attesa, Sisifo trascina il suo m