Roberto Pecchioli
I tumulti giovanili di questi giorni non hanno parole d’ordine, non prevedono sbocchi né
hanno un programma oltre l’elenco di generiche, benché fondate, doglianze. Limitiamoci
all’Italia, giacché il caso francese in fase acuta è assai diverso, per la saldatura tra forze
politiche organizzate, La France Insoumise e l’ultrasinistra di Olivier Besancenot, e
settori islamisti di una generazione per lo più figlia dell’immigrazione selvaggia, insensata,
sostitutiva, folle, avviata da Mitterrand negli anni Ottanta. La vena insurrezionale è
alimentata dall’odio furioso dei manifestanti verso la République e dall’incapacità (o
assenza di volontà?) delle istituzioni di sedare la rivolta, probabilmente per colpire
preventivamente Marine Le Pen nell’imminenza delle elezioni presidenziali, e tentare un
ennesimo rattoppo di sistema. Due secoli di democrazia si pagano (Charles Maurras).
Concentriamoci sugli imitatori di casa nostra, fomentati dai centri sociali, i mazzieri non
troppo occulti della sinistra politica, dal nuovo antagonismo della Cgil – sin qui silente o
complice dello strame dei diritti sociali dei lavoratori di oggi e di domani- nonché dal
grottesco compiacimento di rivoluzionari da salotto e dall’inazione di borghesi radicali
come il sindaco milanese Sala. Assistiamo alla verifica delle potenzialità di una sommossa
di maranza, topi e gretini, uno sciame umano unito dall’ignoranza, dal nichilismo e dalla
soggezione al consumismo più rivoltante. Altro sono gli ispiratori e i dirigenti, giacché le
manifestazioni non nascono dal basso, né da bisogni profondi. E’ una mini rivoluzione di
generazioni sazie e, si ripete, annoiate. Una noia esistenziale figlia del vuoto interiore,
morale, spirituale i cui colpevoli non sono i giovani, ma le generazioni che dirigono la
società. Pensiamo ai ragazzotti borghesi romani che scacciavano la noia investendo
malcapitati con la minicar. Presi, si dichiarano dispiaciuti, poveri cari. Sono liberi e non
pagheranno il conto, se non con ridicoli servizi sociali e “spiegoni” di moralismo
istituzionale, quelli sì noiosissimi.
Sempre per noia, migliaia di minorenni d’ambo i sessi, convocati al fischio dei social
media, si vestono come soldatini ( l’ uniforme è la felpa nera con cappuccio) e scendono in
piazza urlando slogan appresi al momento ai quali sono sovranamente indifferenti. Forse i
meno peggio sono i “maranza” di origine immigrata, che una cosa la sanno: odiano la
società in cui sono stati catapultati. Gli altri sono topolini riuniti da pifferai organizzati,
vecchi arnesi dei centri sociali, allevati, coccolati, pagati, dalle cosiddette istituzioni .
Specie di sinistra, ma a destra non battono un colpo. Niente sgomberi, bollette a carico dei
contribuenti, nessun controllo, tolleranza di mille illegalità. E’ tutto gratis, ma non esistono
pasti gratuiti. Il conto sono città a soqquadro, saccheggi non per bisogno ma per rubare
capi di abbigliamento, accessori e ogni altro prodotto della società dei consumi, quartieri
sottratti alla pur blanda legge dello Stato.
Dicono che occorre ascoltare, che il disagio- reale- non va criminalizzato. Vero, ma per
trattare serve uno straccio di proposta, un progetto, un’alternativa da confrontare. Non è
così e non può esserlo: casinisti e facinorosi sono i figli legittimi dei padri che hanno
sfigurato la realtà per adeguarla al Dio Mercato, alla mitologia dei diritti- quasi tutti
all’altezza del basso ventre- all’adorazione del consumo e dei desideri. Coltivano l’
ignoranza soddisfatta chini sullo smartphone, plasmati dalle mode, dal conformismo,
dall’indifferenza. A Torino è stata assaltata la libreria Feltrinelli. Non per procurarsi gratis
tomi ponderosi o classici della letteratura, ma per distruggere, gettare a terra ciò che era
ordinato negli scaffali. Legge del contrappasso: proprio quello che sognava, prima di
morire mentre collocava un ordigno, il capostipite della dinastia , Giangiacomo Feltrinelli,
ricco, annoiato e rivoluzionario, di cui i teppistelli nulla sanno.
Eppure ripetono che bisogna comprendere, carezzare questa generazione, nostra o
immigrata. Hanno ragione. Sono i nostri figli e nipoti, sono come noi li abbiamo (dis)fatti.
E’ come auscultare, psicanalizzare noi stessi, stesi sul lettino dello psicoterapeuta che
osserva l’ orologio per dirci il fatidico “ il nostro tempo è finito”, incassare la parcella e
prescrivere farmaci placebo. Oltre mezzo secolo di pessimi maestri, di capovolgimento di
ogni valore e principio portano a spaccare vetrine per il gusto di farlo e per noia, investire
passanti con la minicar o strafarsi nei rave party , simbolo postumo del Sessantotto che
ignorano: le tre rivoluzioni, chimica, musicale e sessuale. Oppure, come è accaduto a un
quindicenne, morire sotto un trattore in un gioco da mostrare online, variante
contemporanea di “correre a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile
morire. Tu chiamale, se vuoi, emozioni”.
La differenza è che le generazioni odierne sono già morte dentro. Colpevoli ? Solo di
plumbeo conformismo. Il resto, la riduzione a topi in gabbia che azionano la leva delle
emozioni, del consumo, della dissipazione di sé, è colpa nostra. Ecco perché non sappiamo
compiere il primo gesto di salvazione, reprimere il male ( che abbiamo rinunciato a
definire tale ) per poi curarlo. Dinanzi a un’emorragia, non si pensa a discutere, si cerca di
fermare il sangue. Dopo verranno diagnosi, prognosi, terapia. Il problema è che
l’emorragia – l’assenza di principi, valori, identità, giudizi su bene e male, – è innanzitutto
nostra. Perciò non la riconosciamo. Ogni rivolta conosce saccheggio e distruzione.
Anormale è rubare abiti non per coprirsi, ma capi firmati da sfoggiare, colonizzati dal
sistema di consumo ! Né è normale ignorare di essere in uniforme: un anti esercito in felpa
nera. Ignari sanculotti postmoderni che urlano a squarciagola “tutti odiano la polizia”,
come se nell’arcadia ideale che immaginano nei rari momenti di lucidità si possa fare a
meno di un ordine . I signorini annoiati non attaccano i veri santuari del potere: non lo
vogliono i mandanti – di cui la stragrande maggioranza non sospetta l’esistenza- il cui
scopo è diventare gestori dell’ esistente, non modificarlo, tanto meno abbatterlo.
Alcuni usano slogan mutuati dalla stagione di Greta Thunberg, ricomparsa per tacciare di
fascismo il governo italiano. Non serve risposta: non sanno, non capiscono, maranza, topi
e gretini. Con la G e con la C, una generazione devastata da chi è al potere, resa incapace di
comprendere che la sua mobilitazione è lo strumento di giochi sporchi: inconsapevoli,
sciamannati fantaccini incappucciati. Il rischio è doppio. Da un lato rafforzare chi invoca
solo repressione e getta allo sbaraglio altri giovani, quelli in uniforme ufficiale, per
conseguire tornaconti politici presso l’ opinione pubblica disorientata in una società
decomposta, ingiusta, i cui scoppi d’ ira sono febbri naturali. Dall’altro i burattinai di
maranza, topolini e gretini potrebbero vincere la loro partita, consistente, di fatto,
nell’aggravare il malessere: più immigrati, più disordine, più precarietà esistenziale e
sociale, più falsi “diritti”, senza toccare minimamente l’oligarchia al comando, finanza,
tecnologia, fondi, multinazionali, più ceti di servizio nella politica, nelle organizzazioni
transnazionali, nella sedicente cultura, nell’intrattenimento.
Panem et circenses, la formula romana per controllare le generazioni è sempre valida,
rafforzata dal soft power – il potere fintamente dolce che ci fa fare ciò che vuole – e dai
nudges, le spintarelle “gentili” dal medesimo scopo. Tutto teorizzato e poi realizzato.
Maranza, topi, gretini ( e non solo) ci cascano sempre. Altri chiedono legge e ordine
affinché tutto continui come prima. Triste baccanale degli “ultimi uomini” : “di tanto in
tanto un po' di veleno: ciò procura sogni piacevoli. E molto veleno alla fine, per morire
piacevolmente. Si lavora ancora, perché il lavoro è un intrattenimento. Ma si guarda bene
che l'intrattenimento non sia faticoso. Un'ideuzza per il giorno e un'ideuzza per la notte.
Noi abbiamo inventato la felicità, dicono gli ultimi uomini e ammiccano. “ Figuranti di una
rappresentazione, personaggi che non sanno di avere un autore.