I Paesi del Gruppo di Visegrad chiedono a Bruxelles maggiori finanziamenti per affrontare la fine delle importazioni di energia russa nel 2027, mentre i prezzi dell’elettricità restano elevati in tutta Europa
Slovacchia e Ungheria hanno chiesto lunedì a Bruxelles una maggiore flessibilità nel graduale abbandono del gas russo, sostenendo che la loro posizione senza sbocco sul mare e la dipendenza dalle attuali vie di approvvigionamento rendono la diversificazione più complessa e costosa.
Bratislava ha ricordato di essere stata storicamente un punto di ingresso per il petrolio e il gas russi, ma ora rischia di diventare, insieme all’Ungheria, un capolinea, dato che le forniture energetiche russe all’Europa centrale dovrebbero cessare nel 2027, in base al piano dell’Ue per eliminare le importazioni da Mosca.
“Vorremmo discutere con la Commissione europea in che modo il prossimo periodo di programmazione e la disponibilità dei fondi Ue possano soddisfare le nostre esigenze, in particolare per quanto riguarda l’ampliamento delle infrastrutture per petrolio e gas nella regione del Gruppo di Visegrad”, ha dichiarato la vicepremier slovacca Denisa Saková a margine di una conferenza stampa a Bratislava, alla quale ha partecipato il commissario all’Energia Dan Jørgensen.
I ministri dell’Europa centrale chiedono che Bruxelles riconosca le loro specificità e tenga conto delle esigenze regionali nell’assegnazione dei fondi Ue alle nuove infrastrutture per petrolio e gas e nella preparazione del prossimo periodo di bilancio dell’Unione, un altro motivo di scontro tra gli Stati membri emerso all’ultimo vertice del Consiglio europeo.
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L’appello arriva dopo le pressioni del gruppo di Visegrad — Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Polonia — sui leader dell’Ue, durante il vertice del 15-16 ottobre, affinché riconsiderino le misure per ridurre le bollette elettriche nella regione.
Tra le loro richieste figurano una maggiore flessibilità nell’attuale revisione del mercato del carbonio dell’Unione, il sistema di scambio delle emissioni (ETS), e il rinvio della sua seconda fase, l’ETS2, fino al 2030.
Il commissario all’Energia Dan Jørgensen ha riconosciuto la “serietà” della situazione che le popolazioni dell’Europa centrale si trovano ad affrontare e ha ribadito la necessità di “misure mirate e temporanee” che non compromettano l’obiettivo dell’Unione di ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili.
“In passato eravamo dipendenti dalla Russia. Ora ci stiamo allontanando da questa dipendenza. Questo è positivo. Ma l’attuale situazione dimostra che siamo ora legati al mercato globale e che gli eventi in Medio Oriente possono avere effetti sui cittadini qui a Bratislava”, ha affermato Jørgensen.
Le alternative al gas russo potrebbero avere un costo più elevato
I quattro Paesi Ue, tradizionalmente più dipendenti dai combustibili fossili, sostengono che gli elevati prezzi dell’energia rendono difficile per le loro industrie impegnarsi in investimenti nell’elettrificazione. I prezzi sono stati spinti verso l’alto dalla guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
I consumatori dell’Europa centrale devono far fronte a un onere finanziario nettamente più pesante: secondo il think tank energetico Ember, i futures dell’elettricità all’ingrosso sono oltre il 60 per cento sopra i livelli precedenti alla crisi.
L’abbandono dell’energia russa suscita preoccupazioni economiche in entrambi i Paesi.
Bratislava e Budapest sostengono di dover affrontare sfide specifiche per rispettare i requisiti di diversificazione dell’Ue e chiedono finanziamenti per ampliare le infrastrutture petrolifere e del gas nella regione.
Il gruppo di Visegrad ha accesso a diverse fonti energetiche alternative e a rotte di approvvigionamento che bypassano la Russia, seppure a costo più elevato, con livelli di integrazione differenti tra i quattro Paesi.
“Dal 2027 non potremo più importare gas dalla Russia e vorremmo firmare nuovi contratti di diversificazione. Diversificazione e sicurezza energetica significano che dobbiamo avere regole già pronte per le forniture di petrolio e gas alla regione V4”, ha aggiunto Saková.
Sotto l’ex primo ministro Viktor Orbán, l’Ungheria ha impugnato il piano dell’Ue per la graduale eliminazione delle importazioni di energia russa, portando il caso davanti a un tribunale dell’Unione.
La Slovacchia ha sostenuto il ricorso di Budapest, sostenendo che l’uscita dall’energia russa metterebbe la sua competitività industriale in un netto svantaggio rispetto alla maggior parte degli altri Paesi dell’Ue. Una prima sentenza è attesa tra alcuni mesi.








