Roberto Pecchioli
Ogni volta che scoppia una crisi finanziaria, si discute su quali sacrifici deve fare il
debitore. Aggiustamenti economici, tagli, cessioni di attività produttive, privatizzazioni:
conosciamo la ricetta a memoria. Ciò che nessuno discute è l'altra parte del problema: se
ogni debito ha due lati, perché accettiamo che sia solo il debitore a pagare il conto mentre il
diritto del creditore rimane intatto? Il creditore applica interessi in quanto assume un
rischio; il tasso premia l’eventualità di non essere pagato. Quando il rischio si concretizza,
il sistema interviene per proteggere il creditore e scaricare la perdita su altri. I profitti
vengono privatizzati nei periodi di prosperità; in tempi di crisi, il costo è socializzato
attraverso ristrutturazioni, tasse, riduzione della spesa pubblica, diminuzione dei salari. Il
meccanismo agisce spietatamente in mezzo al naufragio. Quando un privato, un’azienda,
uno Stato ( il debitore “sovrano”) è in difficoltà, i creditori esigono tassi d'interesse più
elevati motivati dall'aumento del rischio. Il risultato è una trappola mortale: si paga di più
quando si è più fragili.
La crisi fa aumentare i tassi d'interesse, i quali fanno schizzare alle stelle il debito; i costi
aggiuntivi determinano una crisi ancora più grave. E’ un circolo vizioso da cui sembra
impossibile uscire. I governi hanno accettato questo gioco infernale perché hanno bisogno
di rifinanziare il debito in scadenza, coprire le spese correnti o evitare l’insolvenza. Più
profonda è la dipendenza dal credito, minore è l’autonomia dei governi, degli Stati, dei
popoli. E’ l’effetto perverso di avere ceduto la sovranità monetaria agli organismi finanziari
privati, creatori di moneta dal nulla. Quella dipendenza porta alla sottomissione politica.
Nessuno è sovrano in balia del mercato finanziario, ma non è una legge di natura ! Uno
Stato può fissare un tetto ai costi finanziari, rinegoziare i termini, tagliare i tassi
esorbitanti, dare priorità al capitale originario rispetto alla speculazione. Può concentrarsi
sul rafforzamento del risparmio interno e liberarsi dal giogo esterno. Soprattutto, dovrebbe
riprendere in mano la leva della creazione e della gestione monetaria.
Intraprendere questa strada ha conseguenze: contenziosi, crollo delle obbligazioni,
chiusure dei mercati, attacchi speculativi, possibilità di guerre. Il dilemma non è tecnico,
ma politico. Se devo cento euro e ne ho sessanta, i quaranta mancanti non svaniscono nel
nulla. La questione è chi se ne farà carico: il creditore con una ragionevole riduzione del
debito, o i cittadini con la recessione, l'inflazione, le pensioni tagliate, la svendita di beni
pubblici? Il dibattito non verte sulla possibilità di perdite, ma su chi dovrà pagarle, benché
raramente venga ammesso. Il gergo finanziario è una maschera: disciplina fiscale, fiducia
del mercato, sostenibilità sono termini che celano spietate decisioni favorevoli al creditore.
Raramente viene ammesso che il debito pubblico è aritmeticamente impagabile.
Garantire il pagamento a scapito di salari, pensioni, opere pubbliche, cessione della
sovranità è una scelta ideologica. Imporre una riduzione del debito o frenare gli abusi nei
tassi e nelle condizioni del credito è un'altra. La neutralità non esiste: si sceglie sempre chi
sacrificare. Il sistema dominante ha trasformato la tutela dei creditori in un imperativo
sacro. Se il creditore perde anche un solo centesimo, il credito sfuma e la fiducia si
dissolve, dicono. Preservare quella fiducia può però distruggere il tessuto produttivo,
mandare in bancarotta le aziende, svendere le risorse, indebolire la capacità di rimborso
futuro. Il credito cessa di essere un motore di sviluppo per diventare strumento di
dominio. Attraverso gli interessi composti e le penali imposte dai creditori, si determina
un effetto valanga. Il debitore strozzato vende a prezzo stracciato, il capitale finanziario
acquista a saldo; un gigantesco aspirapolvere risucchia la ricchezza verso l’alto.
Un'azienda fallita non svanisce: passa di mano. La casa pignorata cambia proprietario. La
crisi non distrugge i beni materiali, li consegna agli speculatori. L’ indebitamento è un
meccanismo concepito per ridisegnare la mappa del potere. Con l’indiscutibile alibi di
maggiore rischio, maggiore rendimento, chi è in difficoltà viene deliberatamente soffocato.
Se la priorità fosse davvero il recupero del credito, stringere il cappio rappresenterebbe
una brutale contraddizione. Il tasso esorbitante non copre un rischio: accelera per scelta il
tracollo del debitore. La storia e la cultura hanno sostenuto per secoli ciò che la modernità
ha cancellato: i diritti del creditore non sono illimitati. Nell'antichità l'usura era illegale ed
esistevano leggi di remissione periodica dei debiti, dal giubileo biblico ai precetti cristiani
sino all'Islam.
Il capitalismo contemporaneo ha dissolto ogni vincolo etico. Spogliato il credito da criteri
morali e gli Stati dal potere finanziario, resta il sangue del debitore. La risposta del sistema
è esigere altro sangue. O la società protegge i profitti speculativi, oppure il creditore si
assume il rischio per il quale ha preteso alti tassi di interesse. Entrambe sono decisioni
politiche. Accettare che tutti possano perdere – il lavoratore il suo impiego, il
commerciante il suo capitale, la famiglia la sua casa e lo Stato i suoi beni- tranne il
creditore, mina qualsiasi principio di equità a favore di un sistema legalizzato in cui il
capitale finanziario impone le sue regole in totale impunità. La tesi di Marco Della Luna è
che il sistema finanziario– apolide e nemico dei popoli- con il dominio dell’emissione
monetaria in mano ai grandi banchieri, ha realizzato un perfetto “effetto Cantillon”. I
monopolisti “sono i primi percettori della moneta che creano dal nulla (fiat currency),
accreditandola a se stessi e immettendola nella società in forma di prestiti a interesse o di
prezzo per l’acquisto di assets. “. L’ immissione crea inflazione che non li danneggia,
giacché la moneta è prodotta a costo zero. L’oligarchia degli emittenti denaro–
autoproclamati proprietari di un bene inesistente prima dell’artificio contabile- diventano
creditori universali. Per sostenere i profitti hanno bisogno di continua domanda di
prestiti, più elevata in tempi di crisi, pandemie, guerre. Il settore produttivo deperisce a
favore di bolle speculative, opportunità di rendita monopolistica per la cupola finanziaria.
L’ortodossia economica, falsamente, considera neutrale la moneta: se raddoppia la
quantità di denaro in circolazione, nel tempo raddoppiano i prezzi e i rapporti restano
invariati. Più zeri, stessa economia reale. Chi si arricchisce e chi si impoverisce non
dipenderebbe dalla moneta, ma dal merito e dal mercato. L’economista Richard Cantillon
nel XVII secolo scoprì che non è così: la moneta dipende dal punto di entrata. Il denaro
non piove uniformemente dal cielo: entra nel sistema in punti precisi, e da lì si propaga
come un’onda. L’ ordine di arrivo dell’onda decide chi vince. In una miniera i primi a
spendere l’oro estratto sono i minatori: comprano inizialmente ai prezzi di ieri. I
commercianti incassano e spendono a loro volta; l’onda si allarga ed i prezzi cominciano a
salire . Quando l’onda raggiunge i margini del sistema, a chi vive di salario o rendita fissa, a
chi non ha relazione con la miniera, il denaro arriva nella forma di prezzi più alti. Per i
primi riceventi, la moneta nuova è potere d’acquisto, per gli ultimi, inflazione. Stesso
fenomeno, effetti opposti. A decidere è la posizione nel flusso. Lungo il percorso la
ricchezza si trasferisce da chi è lontano dal rubinetto a chi è vicino. Dopo la crisi del 2008,
le banche centrali hanno creato moneta in misura mai vista, il cosiddetto quantitative
easing. Migliaia di miliardi entravano in circolo solo comprando titoli finanziari dalle
istituzioni bancarie. Il rubinetto è la cupola finanziaria, il primo ricevente il sistema
bancario. Meglio del mago Houdini.
Il risultato è stato quello che Cantillon prevedeva per la miniera. I prezzi degli asset—
azioni, obbligazioni, immobili, aziende- sono andati alle stelle. I salari sono rimasti uguali,
ossia, in termini reali, sono diminuiti progressivamente. La minoranza ricca possiede beni
e titoli in misura superiore a ogni periodo passato. Il commerciante, l’operaio e l’impiegato
non hanno sperimentato alcun quantitative easing. Hanno ricevuto inflazione; prima
quella degli asset, che li escludevano dalla casa di proprietà e dal risparmio investito; poi
l’aumento dei prezzi al consumo che svalutava il reddito. Due volte in coda all’onda, due
volte a pagare il conto di denaro che hanno toccato per ultimi. Nessun complotto: basta
l’architettura del sistema, disegnata in modo che la moneta entri dal lato di chi già possiede
quasi tutto. Conta dove sei rispetto al flusso. La pratica di indebitarsi dove il denaro costa
meno per investire altrove è un aspetto dello stesso principio: chi ha credito a basso costo
guadagna la differenza per il solo fatto di avere accesso. Il sistema remunera la posizione.
Il tasso di inflazione è una media che riassume l’aumento dei prezzi come se l’onda
arrivasse a tutti nello stesso momento. L’ effetto Cantillon dimostra il contrario: vale la
sequenza, l’ordine temporale dell’onda. Il dato aggregato cancella l’ordine temporale della
redistribuzione asimmetrica. La statistica appiattisce per riassumere. Misuriamo l’altezza
dell’acqua trascurando la direzione della corrente. Cantillon torna nel dibattito degli
economisti eterodossi perché anni di rubinetto spalancato ai soliti noti ha reso visibile il
meccanismo. La moneta entra sempre dallo stesso lato, e ogni onda allarga la distanza tra
chi sta alla fonte e chi alla foce. Finché la struttura politica e finanziaria resta invariata, non
c'è spazio per la tutela del bene comune: ogni governo è al servizio degli interessi dei
monopolisti della moneta. Non resta, conclude Della Luna, che “sabotare ogni azione di
governo diretta contro la gente. Smascherarla, resisterle, attaccarla nei tribunali e nei
giornali, versare molta sabbia nel motore. Comportarsi come gli abitanti una nazione
occupata da una potenza razziatrice.”