Il Vangelo secondo Zaia.
Da Luigi Copertino il 2026-09-06 12:40
IL VANGELO SECONDO ZAIA:
L’affermazione di Luca Zaia, Presidente del Consiglio regionale veneto pro tempore, secondo cui «i cattolici devono capire che non esistono buoni e cattivi che andranno all’inferno» non è soltanto teologicamente infondata. È costruita sopra una caricatura della dottrina cattolica, che viene prima banalizzata e poi solennemente confutata come se la Chiesa avesse atteso l’illuminazione di un ex Presidente di Regione per comprendere il Vangelo. La fede cattolica, infatti, non insegna affatto la puerile divisione dell’umanità in “buoni” e “cattivi” intesi come due categorie sociologiche definitivamente classificabili dagli uomini. Insegna qualcosa di infinitamente più serio: che l’uomo è libero, che i suoi atti hanno una reale consistenza morale, che esiste il peccato mortale, che esiste il giudizio di Dio e che la possibilità della dannazione eterna appartiene inequivocabilmente alla Rivelazione cristiana. Negare o dissolvere uno soltanto di questi elementi significa rendere incomprensibili tutti gli altri. Il punto, dunque, non è stabilire chi siano “i cattivi”. Nessun cattolico possiede il registro anagrafico dei dannati. Il punto è riconoscere che Cristo stesso parla del giudizio, della separazione definitiva e della perdizione eterna. Se l’inferno fosse soltanto un relitto dell’immaginario medievale, bisognerebbe avere almeno l’onestà intellettuale di spiegare perché il Vangelo vi faccia riferimento con una gravità che non consente di ridurlo a metafora pedagogica innocua. Ancora più singolare è quel paternalistico «i cattolici devono capire». Devono capire che cosa, esattamente? Che duemila anni di cristianesimo hanno frainteso il rapporto fra libertà, peccato, giudizio e salvezza, mentre la corretta ermeneutica sarebbe finalmente offerta da Luca Zaia? Qui il problema diventa quasi epistemologico prima ancora che teologico. Si pretende di correggere dall’esterno una dottrina senza assumerne né le fonti, né le categorie, né la logica interna. La misericordia cristiana, del resto, non consiste nell’abolizione del giudizio. Una misericordia che rendesse irrilevante la libertà dell’uomo cesserebbe precisamente di essere misericordia, perché trasformerebbe la salvezza in un automatismo metafisico. Se nessuna scelta può avere conseguenze definitive, allora neppure il rifiuto definitivo di Dio è realmente possibile. Ma in tal caso la libertà umana viene proclamata a parole e negata nella sua conseguenza ultima. È precisamente qui che emerge la matrice liberal-modernista di questa impostazione. Il cristianesimo viene preventivamente sottoposto al tribunale della sensibilità contemporanea e conservato soltanto nella misura in cui coincide con le categorie oggi socialmente accettabili. Dio può essere misericordioso, purché non giudichi. L’uomo può essere libero, purché le sue scelte non abbiano conseguenze ultime. Il peccato può essere nominato, purché non separi realmente da Dio. Cristo può salvare, purché sia escluso in partenza che qualcuno possa rifiutare quella salvezza. Ora, questo non è uno sviluppo della dottrina cristiana. È la sua neutralizzazione. Si può certamente sperare nella salvezza di ogni uomo. Si deve pregare per la salvezza di ogni uomo. Si deve perfino guardarsi con estrema cautela dal pretendere di conoscere la sorte eterna di una persona determinata. Tutto questo appartiene pienamente alla fede cattolica. Ma da tali proposizioni non segue affatto che l’inferno sia vuoto, né tantomeno che la dannazione sia impossibile. Fra la speranza universale della salvezza e l’affermazione della salvezza universale necessaria corre una distanza teologica enorme. La posizione di Zaia cancella proprio quella distanza. E così, nel tentativo di presentarsi come più misericordiosa della tradizione cristiana, finisce per rendere insignificante la stessa misericordia, perché non vi è più nulla da perdonare realmente, nulla da cui essere salvati definitivamente e nessuna libertà capace di dire a Dio un autentico e terribile no. Non è il cattolicesimo che deve “capire”, caro Presidente, questa nuova dottrina. È chi formula simili affermazioni che dovrebbe anzitutto comprendere quale dottrina sta pretendendo di correggere.
Daniele Trabucco
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