Valerio Savioli
Le dichiarazioni agostane di Alexandra Ocasio-Cortez, icona del neoprogressismo radicale
statunitense, rilasciate in un’intervista con ABC News, hanno generato un certo dibattito
anche alle nostre latitudini, a dimostrazione dell’interdipendenza politico-ideologica,
trasversale anche nello spettro “centrodestra/centrosinistra” istituzionali, che dal
dopoguerra lega stabilmente le due sponde dell’Atlantico e il modo di intendere l’agire,
l’intendere politico e le sue categorie.
Della Cortez (AOC), dalle principali testate e opinionisti nostrani, è stato ripreso
esclusivamente questo passaggio: “Woke was crazy”, il Woke era follia, ponendo poca
attenzione al passaggio immediatamente successivo, nel quale AOC, pur riconoscendo l’
impraticabilità odierna di certa retorica, sostiene che molte delle discussioni aperte
durante quella stagione siano state “molto produttive” (quite fruitful). La citazione di AOC
ha portato a un gran numero di riflessioni, da destra e sinistra, entusiastiche e pensose, il
cui dibattito langue impietosamente in una cornice ben definita: da destra viene riproposta
una lettura e una conseguente condanna prettamente liberali del fenomeno Woke,
concentrate principalmente sull’insofferenza, in parte condivisibile, di un fenomeno che ha
fatto della censura e della sanzione, anche sociale, una delle proprie inappellabili cifre. A
sinistra si leggono approfondimenti pensosi, tipici delle classiche sedute psicanalitiche
collettive proprie delle direzioni nazionali nostrane appena uscite da sonore batoste.
Dimostrazione di come ci si possa sentire smarriti quando dalla centrale operativa
d’oltreoceano giungono inaspettatamente nuove coordinate. Lo abbiamo già accennato:
entrambi gli schieramenti soffrono di un vincolo esterno ideologico e culturale il cui perno
ruota principalmente intorno ai principi liberali comprensivi degli interessi, da intendersi
nell’accezione più ampia, “occidentali” ossia statunitensi. Rispetto a questo atteggiamento
avevamo coniato il termine “geopoliticamente corretto”. La ricezione italiana, quindi,
continua ad essere mediata dal paradigma ideologico e strategico liberal-progressista da
una parte e liberal- conservatore dall’ altra. Elaborazioni del lutto col coltello tra i denti per
i liberal nostrani e sfregamento di soddisfacimento e rivalsa per i conservatori: al vincitore
dell’acerrima contesa il premio di sestante in seconda dell’occidente.
Un dibattito sconsolante, racchiuso in un perimetro entro il quale è difficile dire se a
preoccupare sia più la sterilità del confronto o l’ incapacità di avvertire la necessità di
produrre un punto di vista autenticamente afferente agli interessi europei e italiani.
Occorre quindi uscire, il più rapidamente possibile, da questo recinto per osservare quello
che sta accadendo nella politica statunitense. La battuta di AOC, tra l’altro attribuita al
consigliere comunale newyorchese e figura di primo piano di Black Lives Matter Chi Ajani
Ossé, più che intonare il de profundis di una stagione politica, pare piuttosto segnalare la
mutazione e il conseguente riposizionamento iniziati già da tempo nella sinistra
americana. E la mutazione è per definizione un cambiamento in atto, una trasformazione,
un passaggio da uno stato (Woke 1.0) a un altro (Woke 2.0? / New Left 2.0?).
Una trasformazione che non consiste tanto nell’abbandono delle istanze progressiste
maturate nell’ultimo quindicennio, quanto nella loro progressiva subordinazione a un
linguaggio politico tornato a ruotare attorno alla questione sociale. Non è una resa ma una
strategia che dimostra la vitalità tipica di un organismo vivo e il pragmatismo di una
prospettiva politicamente sfruttabile, anche in considerazione della situazione
socioeconomica degli Stati Uniti e dell’oggettiva difficoltà del partito Repubblicano. A che
cosa dobbiamo, di grazia, gli articoli scritti al ritmo dei nostrani cin-cin conservatori-
liberali (con la i) ? Proviamo ad arretrare almeno fino al 2016. Altro mondo, qualcuno dirà.
Si noti però che, ai tempi, a riportare al centro della politica democratica un vocabolario
appartenente ad un altro mondo ancora fu Bernie Sanders: classe, sanità (possibilmente
universale), salari (infarciti di divario di genere) ruolo dei sindacati e indebitamento delle
famiglie americane. Un conflitto abilmente presentato principalmente in termini verticali:
da una parte una minoranza estremamente ricca (gli happy few, i pochi felici)), capace di
esercitare un’influenza determinante sulle istituzioni; dall’altra il resto degli statunitensi
obbligato a vivere alla giornata. La sinistra americana di oggi che parla di “oligarchi” pesca
a piene mani in quella stagione.
Proprio AOC nacque in questo brodo culturale e quindi politico. La sua affermazione nel
2018, con la sorprendente vittoria nelle primarie democratiche contro Joe Crowley, uno
degli uomini più potenti dell’apparato del partito Dem, rappresentò una delle prime
manifestazioni della capacità del sandersismo di provare a produrre una propria classe
politica. Fu però negli anni immediatamente successivi che quel populismo economico
venne a intrecciarsi sempre più strettamente con un secondo movimento,proveniente in
larga parte dalle università, dall’attivismo digitale e dai nuovi movimenti identitari.
Quest’ultimo uno strumento di rara efficacia, già portatore delle principali istanze culturali
e politiche del cosiddetto Politicamente Corretto e della sua deriva, razziale e
intersezionale, nota come Woke.
La morte di George Floyd segnò l’apogeo di quella stagione, l’ascesa di Black Lives Matter,
le cui rivolte e istanze si erano già manifestate durante la presidenza obamiana, sebbene
tenute in disparte dal comparto mediatico progressista, solerte invece nell’ingigantirlo in
occasione della prima amministrazione trumpiana. In quell’epoca fece la sua comparsa
anche la parola d’ordine defund the police (togliamo i fondi alla polizia) , l’espansione delle
categorie intersezionali, le politiche DEI (diversity, equity, inclusion) e una crescente
attenzione normativa al linguaggio, che costituirono, con forza e impatto, i riferimenti
principali del movimento Woke. Era l’acme della mutazione del conflitto sociale: il
politicamente corretto inteso come fusione di istanze progressiste figlie, in buona parte,
della Scuola di Francoforte, entusiasticamente sostenute dall’ultima evoluzione del
capitalismo finanziario. A mutare, infatti, per le istanze progressiste, fu la gerarchia delle
questioni e, soprattutto, la loro percezione pubblica: una crisi del tradizionale soggetto di
classe che, in particolare in Herbert Marcuse, condusse a rivolgere crescente attenzione
verso soggetti marginali, minoranze e nuove forme di opposizione sociale. Dall’homo
consumens, in cui si poteva comunque rintracciare ancora un afflato di qualsivoglia
appartenenza e identità, all’Uomo Residuo le cui fondamenta, esistenziali e ontologiche,
dovevano e devono vertere sulla fluidità intesa come fluidificante di un sistema, finanziario
e quindi politico, che non tollera più sassolini nell’ingranaggio: la decostruzione delle
appartenenze si è dimostrata efficacemente funzionale alla forma contemporanea del
capitalismo finanziario.
Fu quella la stagione nella quale il Woke, salendo di livello, cessò di essere “soltanto” un
fenomeno circoscritto all’attivismo e penetrò profondamente nel linguaggio delle grandi
imprese, delle università, dell’industria culturale, dell’informazione e di parti considerevoli
dell’apparato pubblico. Ed è proprio per questa ragione che sarebbe superficiale
confondere l’attuale ridimensionamento della sua retorica con la scomparsa degli effetti
prodotti durante quella fase. Inoltre, il Partito Democratico, a seguito della sconfitta del
2024, fu testimone di una crisi di rappresentanza: continuava a rafforzarsi nell’America
urbana e istruita, mentre perdeva terreno tra gli elettori privi di laurea e in ampi segmenti
della classe lavoratrice.
Tornare a parlare di salari, sanità, casa e concentrazione della ricchezza diventava quindi
non soltanto coerente con la tradizione sandersiana, ma politicamente necessario.È in
questo contesto che deve essere letto il successivo riavvicinamento alla questione sociale.
Nel 2025 Sanders lanciò il suo Fighting Oligarchy Tour, al quale Ocasio-Cortez partecipò
assumendo progressivamente un ruolo di primo piano. Il dato interessante, per l’analisi
che si dovrebbe fare oggi, non riguardava soltanto i temi economici affrontati, peraltro
perfettamente coerenti con la tradizione sandersiana, ma il tentativo esplicito di allargare il
perimetro della coalizione progressista. Fu proprio in uno di quei comizi che AOC si rivolse
anche a coloro che avevano votato diversamente, a chi non conosceva “le parole giuste” da
utilizzare e persino a chi dissentiva da lei su alcune questioni: il discrimine diventava la
disponibilità a combattere per altri americani e contro la concentrazione del potere
economico, sullo sfondo di una nazione sempre più fratturata al suo interno, incapace di
riconoscersi e soprattutto di definirsi: per ironia della sorte, proprio quelli che ora cercano
di riposizionare strategicamente il messaggio politico, hanno pesantemente contribuito a
quella crisi di identità che così tanto lacera, dall’interno, la nazione americana, sempre più
oggetto di una fondamentale domanda: America chi sei?
È proprio su questa frattura che Donald Trump e l’universo politico (e di apparati),
culturale ed economico raccoltosi attorno al suo ritorno alla Casa Bianca hanno costruito
una parte consistente della propria forza. Al di là del risultato elettorale contingente, il
trumpismo ha saputo intercettare il bisogno, ormai esplicito, di ricomporre una nazione
sempre meno capace di riconoscersi e un impero costretto a fare i conti con i limiti della
propria sovraestensione, sognando di ribaltare il tavolo delle guerre culturali in patria,
proponendo, a loro volta, un Woke a trazione conservatrice: si pensi solo allo psicodramma
sull’antisemitismo, combattuto anche – e non è un caso – nei più prestigiosi contesti
universitari statunitensi. Comunque, l’intento trumpiano di un Woke a trazione
conservatrice è, al momento, fallito.
Se all’apparato liberal-progressista può essere imputata una parte rilevante della
disgregazione culturale culminata nella stagione woke, il mondo conservatore americano
non può dichiararsi estraneo ai processi economici e geopolitici che hanno contribuito alla
medesima crisi: dalla globalizzazione alla deindustrializzazione, dalla finanziarizzazione
dell’economia alla proiezione imperiale perseguita per decenni da amministrazioni
repubblicane e democratiche. Due percorsi apparentemente opposti che hanno finito per
concorrere, ciascuno a proprio modo, all’indebolimento delle appartenenze, delle sicurezze
materiali e della stessa capacità degli Stati Uniti di darsi una definizione condivisa.