L’ex capo del Mossad stupisce affermando che la violenza dei coloni rappresenta una “minaccia esistenziale” per lo Stato di Israele
Un ex capo dell’agenzia di intelligence israeliana Mossad ha affermato che la violenza dei coloni contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata gli ricorda l’Olocausto.
Tamir Pardo, che ha ricoperto la carica di direttore del Mossad dal 2011 al 2016, ha rilasciato queste dichiarazioni in un’intervista a Canale 13 durante una visita ai villaggi palestinesi colpiti dai continui attacchi dei coloni, insieme ad ex ufficiali dell’esercito israeliano. “Mia madre è sopravvissuta all’Olocausto e ciò che ho visto mi ha ricordato gli eventi accaduti contro gli ebrei nel secolo scorso”, ha affermato.
“Ciò che ho visto oggi mi ha fatto vergognare di essere ebreo.” Pardo ha avvertito che i crimini dei coloni – accolti con scarsa reazione dalle autorità, che a volte li favoriscono – potrebbero portare al “prossimo 7 ottobre”.
Tamir Pardo, tramite Jerusalem Post
“Sarà in una forma diversa, molto più dolorosa, perché la regione è molto più complessa. Lo Stato ha scelto di seminare i semi per il prossimo 7 ottobre”, ha affermato.
Pur credendo che le forze dell’ordine israeliane siano consapevoli della situazione, Pardo ha suggerito che abbiano “scelto di ignorarla”.
“Quello che ho visto oggi è la minaccia esistenziale per lo Stato di Israele”, ha dichiarato, sottolineando che gli sforzi per arginare tali attacchi potrebbero avere un costo elevato, incluso il rischio di una guerra civile.
Ha indicato in particolare l’influenza dei gruppi di coloni, che godono del sostegno ai più alti livelli di governo, compresi ministri di estrema destra come Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir.
“Se volessimo, potremmo correggere questa situazione, ma il prezzo sarà molto alto”, ha concluso Pardo. “È nel nostro interesse non arrivare a quel punto.”
“Corruzione della società israeliana”
Pardo ha ricordato gli avvertimenti del filosofo israeliano Yeshayahu Leibowitz del 1968, che criticava l’occupazione dei territori palestinesi e l’imposizione del regime militare su milioni di palestinesi.
Nel suo articolo “I Territori”, Leibowitz avvertiva che il controllo sui palestinesi avrebbe portato in ultima analisi alla “corruzione” della società israeliana. “Il dominio sui territori occupati avrebbe ripercussioni sociali”, avvertiva Leibowitz all’epoca.
“La corruzione tipica di ogni regime coloniale prevarrebbe anche nello Stato di Israele”, aggiungeva, auspicando il ritiro dai territori occupati. Sebbene un tempo Pardo credesse che Leibowitz si sbagliasse, ora afferma che “c’era molta verità” nel suo avvertimento.
La violenza e l’espansione degli insediamenti israeliani, pur essendo di lunga data, si sono intensificate notevolmente dall’ottobre 2023, includendo lo sfollamento forzato sistematico dei palestinesi dalle loro comunità e un maggiore utilizzo di armi da fuoco contro residenti disarmati.
La Commissione per la Resistenza contro il Muro e gli Insediamenti ha affermato che i coloni israeliani hanno ucciso almeno 16 palestinesi dall’inizio dell’anno.
Un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato a marzo ha registrato che oltre 36.000 palestinesi sono stati sfollati in Cisgiordania tra novembre 2024 e ottobre 2025 a causa di un’escalation di attacchi militari e da parte dei coloni.
Nello stesso periodo, sono stati documentati 1.732 episodi di violenza da parte dei coloni che hanno causato vittime o danni alle proprietà, con un aumento del 25% rispetto all’anno precedente.
Oltre 1.000 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane nella Cisgiordania occupata dagli attacchi guidati da Hamas contro Israele nell’ottobre 2023.
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Foto di Tyler Durden
A Gaza la tregua è un bluff, l’operatore di Emergency: «Non abbiamo più medicine, dobbiamo scegliere chi curare»
Jacopo Intini coordinatore del progetto della ong denuncia: «Il 90% delle costruzioni è distrutto. C’è un livello di devastazione inimmaginabile». Con il 60% del territorio sotto controllo militare israeliano, 1,6 milioni di persone soffrono la fame e l’80% dell’acqua è contaminata. Entrano solo 30-60 camion al giorno e Intini avverte: «Il sistema sanitario è al collasso»
di Anna Spena

«Il problema è quello che non si vede. C’è un livello di devastazione inimmaginabile, molto difficile da descrivere. Ci sono intere aree completamente rase al suolo», questa è la risposta che dà Jacopo Intini, coordinatore del progetto Emergency a Gaza, quando gli chiediamo qual è l’immagine che lo colpisce di più.
Sono passati oltre sei mesi da quando a Sharm el-Sheikh, in Egitto, è stato firmato l’accordo tra Hamas e Israele per la cessazione delle ostilità nella Striscia di Gaza, il ritiro parziale delle truppe israeliane, la liberazione degli ostaggi rapiti il 7 ottobre 2023 e il rilascio di quasi duemila detenuti palestinesi. I negoziati si sono svolti con la mediazione di Stati Uniti, Egitto, Turchia e Qatar. Eppure, sei mesi dopo, la Striscia resta un campo di battaglia su un cumulo di macerie: dall’inizio della tregua le vittime sono state circa 700 e i feriti oltre 2mila. Gli attacchi non si fermano, e l’ingresso degli aiuti umanitari – farmaci e dispositivi medici inclusi – resta discrezionale, ostacolato dalla classificazione di molti beni come “dual use” da parte dell’esercito israeliano.![]()
«Mancano i farmaci più comuni e la popolazione non ha accesso all’acqua potabile, al cibo e al gas. Si allargano le aree militarizzate in cui è impossibile muoversi senza autorizzazione dell’esercito, continuano nuovi spostamenti forzati», racconta Intini che è alla sua prima missione con Emergency, ma ha alle spalle quattro anni di lavoro a Gaza prima della guerra fino a un mese dopo l’inizio del conflitto – descrive un luogo irriconoscibile: «È un altro mondo, un posto completamente diverso. Il 90% delle costruzioni è completamente distrutto o gravemente danneggiato. A volte è difficile persino orientarsi, perché i punti di riferimento di prima non esistono più».
Un territorio sotto controllo militare e la crisi umanitaria: fame, acqua contaminata e sfollamenti senza fine
La situazione sul campo, ad aprile 2026, è segnata dall’espansione della presenza militare israeliana. Israele ha ampliato la cosiddetta “linea gialla” di 37 chilometri, arrivando a controllare circa il 60% dell’enclave e limitando gravemente la libertà di movimento della popolazione civile. A ciò si aggiunge la creazione di una “linea arancione” che, di fatto, allarga ulteriormente la zona militarizzata. Nonostante il cessate il fuoco, secondo l’Integrated Food Security, 1,6 milioni di persone si trovano in condizione di grave insicurezza alimentare. I più colpiti sono i bambini. I prezzi dei beni essenziali sono aumentati in media del 30%, rendendo sempre più difficile per le famiglie con scarso o nessun potere d’acquisto coprire anche i bisogni minimi: l’ingresso di beni commerciali viene infatti priorizzato a discapito degli aiuti umanitari.
Ma è la qualità di ciò che entra a destare le preoccupazioni maggiori. «Gran parte dei prodotti che entrano sono dolci, cioccolatini, patatine», racconta Intini. «C’è uno sbilanciamento enorme tra cibo di qualità e cibo di bassa qualità. Le persone non hanno accesso a frutta, carne e uova – in questo periodo, ad esempio, le uova non si trovano – mentre si vedono molti barattoli di Nutella e lattine di Coca-Cola in giro» Il pollo, quando disponibile, può arrivare a costare anche 15 euro al chilo, e si tratta esclusivamente di prodotti congelati.
La crisi idrica aggrava ulteriormente il quadro. L’aggressione israeliana ha distrutto circa 400mila metri lineari di reti idriche e oltre 700 pozzi. A Jabalia, un impianto di desalinizzazione che serviva oltre 15mila persone ha cessato di funzionare per impossibilità di manutenzione. Secondo le Nazioni Unite, l’80% dell’acqua a Gaza risulta contaminata: ogni abitante ha a disposizione tra i 4,5 e i 6 litri di acqua pulita al giorno, a fronte dei 20 litri pro capite che gli standard internazionali ritengono necessari per il rispetto delle norme igieniche di base.![]()
Oltre il 90% della popolazione è stata sfollata almeno una volta. Si contano circa 1.600 siti per sfollati, la maggior parte dei quali informali – alcuni realizzati da governi donatori come l’Egitto e il Qatar, ma perlopiù improvvisati. Centinaia di migliaia di gazawi vivono in tende o rifugi di fortuna, in aree sovraffollate e prive di servizi, spesso accanto a cumuli di rifiuti impossibili da smaltire. L’Oms ha registrato dall’inizio del 2026 oltre 17mila infezioni legate a roditori e parassiti tra gli sfollati, con l’80% dei siti di sfollamento colpito da malattie cutanee diffuse.
I valichi e la conta dei camion
Nel mese di marzo 2026, i valichi sono stati chiusi per una decina di giorni a causa del conflitto regionale. L’accesso non è mai costante: al momento entrano nella Striscia tra i 30 e i 60 camion al giorno, contro i 100 previsti – numero comunque molto lontano dai 600 che entravano prima del 7 ottobre 2023. «Gran parte sono commerciali; quelli umanitari sono pochi. Questo ha un effetto anche sui prezzi di mercato, che sono molto elevati», conferma Intini. Per le organizzazioni mediche, il dato è ancora più critico: «Soltanto nell’ultima settimana, appena il 6% di ciò che è entrato era relativo a forniture sanitarie, e questo è un grosso problema per le organizzazioni come la nostra, che lavorano in ambito medico».
La sanità al collasso
Emergency opera a Gaza con due cliniche di assistenza sanitaria primaria nella zona di Khan Younis: una ad al-Qarara e una ad al-Mawasi, nell’estremo sud dell’area raggiungibile. Nelle ultime settimane le consultazioni settimanali hanno raggiunto quota 2.500, con circa milla pazienti seguiti a settimana. La maggior parte sono donne incinte e bambini. Le patologie più diffuse sono di tipo respiratorio e gastrointestinale, a cui si aggiungono malattie della pelle come scabbia e dermatiti, e un numero crescente di pazienti cronici – ipertesi e diabetici in particolare.
«Abbiamo difficoltà nell’assistenza ai malati cronici, soprattutto diabetici e pazienti con ipertensione, a causa dell’assenza di medicinali. Le scorte di insulina, ad esempio, sono limitatissime. Per non parlare dei malati oncologici, che in questo momento non hanno assolutamente nessun tipo di assistenza», spiega Intini. L’organizzazione porta avanti anche attività di stabilizzazione per pazienti con traumi, programmi di salute riproduttiva – pianificazione familiare, assistenza pre e post-parto – un piccolo programma contro la malnutrizione supportato dall’Unicef, e il supporto alle vaccinazioni, in particolare per la polio.
Nella Striscia, solo 19 dei 37 ospedali sono parzialmente funzionanti. Il Nasser Hospital di Khan Younis, il principale ospedale di riferimento, opera al di sotto della piena capacità a causa della mancanza di carburante e di pezzi di ricambio per i generatori, che non riescono a entrare nella Striscia. Le oltre 18mila persone che necessitano di cure urgenti – tra cui circa 4mila bambini – non possono essere assistite a Gaza né tantomeno evacuate. «Ci mancano analgesici di base come ibuprofene e paracetamolo, e questo rende molto complicato lavorare», aggiunge Intini. «Il trattamento che viene fatto spesso serve solo a temporeggiare. È molto difficile, considerando che assistiamo circa mille pazienti a settimana. Il carico è molto elevato e il sistema sanitario è al collasso: ha bisogno di essere supportato».![]()
Una generazione senza futuro
Quasi tutte le scuole sono state distrutte o danneggiate: 650mila bambini non hanno potuto avere accesso all’istruzione nel corso del conflitto. Alcune “tende educative” funzionano, ma non bastano in un contesto dove il 50% della popolazione ha meno di 18 anni. L’abbandono scolastico è diffuso. È soprattutto la dimensione psicologica a preoccupare Intini: «Quello che colpisce di più è la fascia generazionale dei bambini e dei ragazzi, che hanno perso ogni prospettiva per il futuro. Per le generazioni più adulte c’è una sorta di rassegnazione: sono consapevoli del fatto che molto probabilmente non rivedranno la Gaza che conoscevano. Le nuove generazioni sono quelle che stanno soffrendo di più, perché hanno subìto un’interruzione drastica del proprio percorso di vita e di istruzione».
Il futuro resta sospeso. La ricostruzione è prevista nella fase tre degli accordi, ma la fase due è ancora in corso e il conflitto regionale ha messo tutto in sospeso. Le persone non riescono ad avere una prospettiva: non si sa se e quando la ricostruzione partirà, né quali saranno i termini per il suo avvio.
Alla domanda su cosa si possa fare, Intini non ha dubbi: «Credo che sia importante mantenere alta l’attenzione. La popolazione civile si sente abbandonata, e il fatto che se ne parli restituisce un po’ di speranza». E poi, con lucidità: «Come Emergency, stiamo dando il nostro contributo con le risorse e gli strumenti che abbiamo, ma non è sufficiente. C’è un’enorme scarsità di medicinali e forniture sanitarie».

Nel contesto attuale segnato da un’accelerazione senza precedenti degli scenari di guerra e instabilità, Emergency ha lanciato un appello per l’obiezione di coscienza, preventiva e di massa, al ripristino del servizio militare per contrastare il possibile ritorno all’intervento militare come strumento della politica. La chiamata dell’ong fondata da Gino Strada in pochi giorni ha già superato le 70mila firme. L’azione dell’ong è stata lanciata nell’ambito della campagna R1PUD1A che ha coinvolto fino ad ora oltre 650 Comuni, 1200 scuole, 300 cinema, teatri, festival nel ribadire il rispetto dell’Articolo 11 della Costituzione italiana, contro la progressiva normalizzazione della guerra nel dibattito pubblico e politico nel nostro Paese. La dichiarazione di obiezione proposta da Emergency è un atto pubblico attraverso cui ognuno può rivendicare il diritto a dichiarare la propria indisponibilità alla logica bellica. Attraverso la propria firma, che è possibile apporre digitalmente sul sito www.ripudia.it, si può dichiarare: il rifiuto all’uso delle armi; la propria contrarietà e la propria indisponibilità all’adesione a qualsiasi ipotesi di ripristino del servizio militare; il proprio impegno alla difesa dell’articolo 11 e di tutti i principi costituzionali e alla costruzione di una comunità di pace.
Credit foto Emergency