25 aprile .
MB: non è mai esistita una brigata ebraica che ha combattuto i fascisti armi in pugno. E’un’invenzione tarda degli ebrei per intrufolarsi nella narrativa retorica de 25 aprile.
Roberto PECCHIOLI
Nel romanzo Pastorale americana di Philip Roth il sogno del protagonista, un’esistenza
prospera e serena nel paese scelto per viverci, viene sconvolto dalle turbolenze degli anni
Sessanta e dalla violenta ribellione della figlia. La pastorale italiana è il 25 aprile. Tutte le
istituzioni, con sospetta unanimità, insistono a dire che è la festa di tutti. Non è vero. Lo
dimostra il tradizionale corteo milanese, da cui sono state cacciate manu militari le
bandiere della brigata partigiana ebraica e le insegne ucraine inalberate dal partito Più
Europa, mentre ovunque gli esponenti istituzionali di centrodestra sono stati fischiati e
contestati. Pastorale selettiva. Non si comprende il cocciuto masochismo di chi non è
gradito alla piazza rosso antico e arcobaleno: chi va per certi mari, trova certi pesci.
Ognuno coltivi la sua memoria: chi scrive è figlio di un alpino combattente che, tornato
fortunosamente in Patria, fu arruolato nella Repubblica Sociale Italiana. Semplice milite,
pagò il conto tornando a casa in divisa nei giorni finali della guerra. Dovette nascondersi
per settimane e nell’estate del 1945 fu costretto a partecipare allo sminamento dei forti
genovesi . Considerata la sorte di molti altri, gli andò bene. La mamma, estranea alle
vicende politiche, aveva una pessima opinione dei partigiani del suo quartiere, che
conosceva benissimo. Mi veniva detto a scuola che quelli come il babbo erano criminali.
Non era così, lo sapevo e lo sentivo: ovvio che difendessi l’onore familiare prima di farmi
un’idea di quegli anni tempestosi. Ma sono solo ricordi personali, a cui chiunque può
opporre una storia contraria, ugualmente sentita, ugualmente legittima. E’ la tragedia delle
guerre civili, che scavano per generazioni nell’anima dei popoli, dei singoli, delle famiglie.
A meno che non si cerchi, se non una memoria condivisa, almeno la pacificazione dei cuori
che consegna gli eventi alla storia .
Non è stata questa la scelta politica. La pastorale italiana prevede che il 25 aprile si festeggi
la Liberazione. Ovvero la fine definitiva di un regime politico, il fascismo. Quella fine viene
considerata l’inizio di tutto dall’Italia ufficiale, nella quale l’egemonia del pensiero di
ascendenza gramsciana resiste anche perché non viene attaccata. Ogni anno – e sono
ottantuno, la vita intera di un essere umano – dobbiamo condannare un regime che
improntò poco più di vent’anni della storia di uno Stato che di anni ne ha oltre
centosessanta e di una nazione antica di molti secoli. L’Italia non è nata il 25 aprile, che
rammenta una sconfitta bellica rovinosa. Vincenti furono le armi americane e inglesi, non
le guerriglie partigiane. Fummo trattati da sconfitti al tavolo della pace, nonostante dopo
l’armistizio/capitolazione di Cassibile nel meridione fosse stato istituito il Regno del Sud
cobelligerante a fianco degli angloamericani. Ci siamo liberati di un regime autoritario per
diventare una colonia dei vincitori, che mantengono da allora basi e truppe sul nostro
territorio a spese degli italiani. Meglio vassalli degli americani che dei sovietici, ma quella
divisione che passava dai nostri confini orientali è finita da trentacinque anni. Questa, in
estrema sintesi, la posizione di non pochi italiani rispetto alle dolorose vicende dei terribili
anni Quaranta del Novecento.
Invece no: la versione dianzi descritta non è ammessa, non fa parte della narrazione
ufficiale ed istituzionale, chi la esprime è sul filo del rasoio. Bisogna credere per forza che il
25 aprile sia stato non solo Liberazione, ma l’alba di una vittoria e addirittura la data
fondante del “paese”. Tecnicamente non fu neppure l’origine della Repubblica democratica
fondata sul lavoro, la definizione di Italia del primo articolo della costituzione. Dovette
passare il referendum che sconfisse la monarchia, quindi il vero giorno festivo dovrebbe
essere il 2 giugno che istituì la repubblica. Ma il nemico assoluto dell’Italia nuova non era
casa Savoia, bensì il regime fascista, la cui disfatta viene eternizzata il 25 aprile come
momento germinale di un soggetto totalmente nuovo, la “Repubblica democratica”. Che
non è la nazione, categoria pressoché assente dalla costituzione e dal dibattito culturale,
ma uno Stato che non si considera erede del suo passato. Eppure lo ritennero tale i
vincitori della seconda guerra mondiale, nonostante il Regno del Sud amico e la presenza
partigiana al nord .
La pastorale italiana non ci convince per questo: può essere sbagliato o anacronistico
mantenere un giudizio positivo o non totalmente negativo sull’esperienza fascista, ma non
si può spacciare una drammatica sconfitta per gloriosa vittoria solo perché è stato cacciato
un governo e un regime il cui ritorno è impossibile, improponibile per evidenti motivi
storici, non auspicato da alcuna corrente politica o culturale. Una vera festa nazionale è per
il popolo che la vive , non è l’ossessione continuata contro un governo sconfitto prima della
nascita di quasi tutti gli italiani. Il fascismo a cui ci si oppone non esiste: è un morto tenuto
in vita dai suoi nemici e da un pugno di irriducibili che ne riproducono l’iconografia in
forma farsesca.
Alla vigilia del 25 aprile una trasmissione de La 7, la rete televisiva più schierata a sinistra,
un tris d’assi formato da Lilli Gruber, la sacerdotessa officiante, Massimo Gramellini, il
borghese progressista e Gad Lerner il Pierino filocomunista, spiegava come il fascismo sia
una categoria eterna non della politica, ma del potere e forse dell’umanità. Che cosa sono,
se non fascisti, riflettevano, Trump, Netanyahu e Putin? Dimenticavano il fiero
democratico cinese Xi Jinping, esentato dall’insulto totale, definitivo, forse perché capo del
Partito Comunista.
Il giorno successivo, dopo le offese e qualche spintone, il segretario di Più Europa ha
dichiarato che a cacciare i suoi dalla piazza sono stati “ i fascisti con la bandiera rossa”.
Tutti i salmi finiscono in gloria. Fascista è tutto ciò che non piace a chi non ha altra parola
per definire ciò che considera il Male. In questa forma non dichiararsi antifascisti è la
confessione aperta di essere criminali, persone malvagie, malviventi. Solo così si spiegano i
volti sfigurati dal rancore, dall’odio e da irriducibile ostilità di molti manifestanti “antifa”.
Avanguardie del Bene in lotta contro il Male, da esorcizzare con cerimonie rituali il 25
aprile. In esse il fantasma fascista – inesistente come il cavaliere di Italo Calvino- diventa
il capro espiatorio necessario alla società guidata dalle istituzioni ufficiali per riconciliarsi
con se stessa, gestire la violenza che la attraversa e le contraddizioni che la frantumano. La
lezione di René Girard ne La violenza e il sacro.
Chi trova un nemico trova un tesoro. Se è morto e non ha eredi tanto meglio, poiché
consente di fingere più facilmente l’unità che non c’è , così posticcia da dividere gli stessi
che praticano il rito. Tutti antifascisti, ma appartenenti a distinte confessioni para
religiose, poiché tutte le ideologie sono teologie secolarizzate. In questo senso, il fascista
nemico assoluto, epitome del male, si converte nel bene più prezioso. Senza di lui, vero o
presunto, reale o virtuale, avatar o ologramma, niente più cerimonie ufficiali, niente più
piazze eccitate e imbandierate – esclusi i vessilli che negano l’ unità!- niente più omelie dei
potenti della Repubblica ( stavo per scrivere gerarchi, ohibò) e niente più giornata festiva
per la massa indifferente che associa ogni ricorrenza al turismo, al centro commerciale, alla
sagra di cui ignora l’origine. 25 aprile, la pastorale italiana.