L’IMPOSSIBILE VIA MONETARIA ALL’EUROPA di Luigi Copertino

L’IMPOSSIBILE VIA MONETARIA ALL’EUROPA

Nel nostro precedente intervento, da ultimo pubblicato su questo sito (1), abbiamo esaminato i problemi attuali dell’Unione Europea sia in chiave storico-teologica che politico-economica.

Torniamo ora sulla questione alla luce degli studi di Nicholas Kaldor un economista post-keynesiano anglo-ungherese, il quale già quarant’anni fa aveva previsto l’impossibilità della via monetaria, ossia impolitica, all’Europa.

Sin dalla costituzione della Ceca (Comunità Europea del carbone e dell’acciaio) e delle altre autorità sovranazionali per la gestione internazionale delle materie prime e delle fonti energetiche (ad esempio, l’Euratom) – mediante le quali tale gestione veniva sottratta alle sovranità nazionali – la prevalenza di una concezione tecnocratica, dunque  impolitica in nome di una presuntuosa quanto fallimentare pretesa “scientificità” della stessa, si palesò chiaramente con l’intenzione di aggirare gli Stati espressione moderna del fondamento politico dell’umana convivenza sociale.

Il Politico, ossia la dimensione associata della vita umana, è, infatti, ritenuto dai tecnocrati “irrazionale”, “guerrafondaio”, “privo di competenze”, “troppo sensibile alle spinte populiste”.

Per gli adepti dell’ideologia tecnocratica, che presiedettero sin dall’inizio al processo di unificazione europea, solo un lento lavorio di silenziosa sottrazione al Politico di sempre più ampi spazi di decisione – fino a ridurre gli Stati a mere comparse sulla scena “exoterica”, la sola accessibile al popolo “gonzo”, dietro la quale però agiscono le élite “esoteriche” della tecno-finanza – avrebbe potuto portare all’unificazione europea.

Quella tecnocratica è stata la via indicata da Jean Monnet per giungere all’unità europea. Una via che il tecnocrate oppose vittoriosamente contro la proposta degasperiana della via militare – l’esercito comune di difesa, o CED, che negli auspici dello statista italiano avrebbe dovuto costituirsi a fianco della Nato (e chissà un giorno forse al posto della Nato) – fatta fallire dal rifiuto francese. La via militare era, per Monnet, data la natura stessa della “spada”, troppo politica.

Jean Monnet, francese, è stato un tipico rappresentante della cultura tecnocratica, nata proprio nel Paese transalpino patria dei padri del positivismo filosofico August Comte ed Henry de Saint Simon, e che ha trovato, sempre in Francia, forma organizzativa in circoli, riservati ed alquanto “iniziatici”, come l’“X crise” di Jean Coutrot, un gruppo filosofico, costituito da allievi dell’École polytechnique, propugnatore del governo tecnico della società ed operante trasversalmente sia nelle pieghe dello Stato collaborazionista di Vichy sia nella Resistenza francese in contatto con gli Alleati.

Jean Monnet nel 1943, nel corso di una riunione del Governo francese in esilio ad Algeri, spiegò quale sarebbe stato il suo programma futuro, dopo la sconfitta dei fascismi: «Non ci sarà pace in Europa se gli Stati si ricostituiranno sulla base della sovranità nazionale […] I Paesi europei sono troppo piccoli per garantire ai loro popoli la prosperità e lo sviluppo sociale necessari. Gli Stati europei devono costituirsi in una federazione».

Nonostante questa apparenza di politicità, ossia l’auspico della creazione di uno Stato Federale Europeo, in realtà nei quattro anni successivi, Monnet lavorò su una nuova intesa di lungo periodo per indurre Francia e Germania a negoziare un accordo che prevedesse la riduzione di dazi e restrizioni sul commercio di carbone e acciaio tra le due Nazioni e per unire i due settori industriali fondamentali sotto l’egida di un’autorità comune sottratta, in definitiva, all’autorità politica dei due Stati ed amministrata da una tecnocrazia indipendente.

Questo accordo bilaterale, cui i governi abboccarono, era l’esempio perfetto della strategia di Monnet per superare le sovranità nazionali, considerate di ostacolo alla realizzazione della sua visione eurocratica. In tal modo Monnet gettò “lentamente e con concentrazione” le fondamenta per quell’“unica cosa” che avrebbe dovuto far poi nascere un’Europa federata. Egli riteneva, sulla base della sua concezione positivista, parente in fondo di quella marxista, che il Politico fosse solo una sovrastruttura dell’Economico e che soltanto creando nuovi fatti economici sul terreno della storia sarebbe nata una nuova forma politica per l’Europa. Data vita ad Autorità indipendenti e sovranazionali per la gestione dell’economia, con il passare del tempo – secondo il suo approccio tecnocratico – i leader politici nazionali avrebbero visto quali vantaggi portava pensare, decidere, agire, e in ultima analisi governare, a livello paneuropeo ed avrebbero ceduto, anche se necessario contro la volontà popolare, la sovranità nazionale.

Tra i pochi statisti che compresero la strategia tecnocratica e l’avversarono va ricordato Charles De Gaulle che, non a caso, dopo aver chiamato Monnet all’opera di ricostruzione economica della Francia nel dopoguerra, ne comprese il disegno transnazionale e, riferendosi proprio alla sua silenziosa attività, parlò di “pericolo sinarchico”.

Monnet è morto nel 1979 ossia prima che prendesse forma lo Sme, il sistema monetario europeo, antesignano della moneta unica. Ma il disegno di una via monetaria all’Europa era già stato delineato a partire dalla crisi degli Accordi di Bretton Woods. Monnet lo sostenne anche se non ne vide l’impianto. E lo sostenne proprio perché rappresentava il completamento del suo approccio tecnocratico. La moneta unica sarebbe passata sul corpo vivo degli Stati e dei popoli ed avrebbe definitivamente infranto le sovranità nazionali in vista della Federazione Europea ma avrebbe anche definitivamente consegnato lo scettro del comando a quelle “competenti” élite tecno-finanziarie capaci, a suo giudizio, di costruire e realizzare quel che i popoli, così plagiabili dai politici, così umorali e trascinabili dal Vate guerriero di turno, mai sarebbero in grado di fare per via democratica.

La storia della via monetaria all’Europa era già iniziata nel 1971. In quell’anno infatti il “Nixon Gold Shock”, ossia la dichiarazione unilaterale da parte americana della inconvertibilità del dollaro in oro, comportò la fine dei già traballanti Accordi di Bretton Woods. Il dollaro, privo di copertura aurea, dimostrava che la moneta non è una merce né un titolo rappresentativo di una merce e che il potere d’acquisto, insito nel simbolo cartaceo, derivava dall’atto sovrano dell’Autorità politica, che imprimeva quel potere nel simbolo, e dalla fiducia popolare sia nell’Autorità sia nella reciproca, dovuta, accettazione del simbolo monetario nelle transazioni.

Il dollaro demetalizzato continuò, tuttavia – data la forza politica ed economica degli Stati Uniti e considerato che esso era l’unica divisa accettata dai Paesi produttori di greggio per le esportazioni di petrolio –, ad essere la moneta di riferimento per gli scambi internazionali.

Nel frattempo l’economia mondiale sprofondava nell’alta inflazione del decennio iniziato con la dichiarazione di Nixon. Oggi gli storici dell’economia ben sanno che quell’inflazione fu causata dai due grandi shock petroliferi del 1973-74 e del 1979, ripercussioni del conflitto arabo-israeliano che ridusse l’offerta di greggio facendo salire il suo prezzo alle stelle e di conseguenza il prezzo della produzione industriale nei Paesi occidentali. All’epoca, tuttavia, la predominate dottrina neoclassica imputò l’alta inflazione allo sganciamento del dollaro dalla sua base aurea che aveva consentito, secondo la teoria della “moneta merce”, massicce emissioni di liquidità cartacea svalutandola e facendo alzare i prezzi. La nuovo dottrina monetarista di Milton Friedman giungeva ad analoghe, errate, conclusioni.

La questione fu grandemente dibattuta tra gli economisti i quali si divisero tra quantitativisti ed ed anti-quantitativisti. I primi, sulla scorta della teoria quantitativa, ritengono la moneta una merce soggetta come le altre alla legge della domanda e dell’offerta sicché una eccessiva sua quantità svaluterebbe il valore della stessa ingenerando inflazione. I secondi, al contrario, mettendo in rilievo l’arcaicità della concezione merceologica della moneta e indicandone piuttosto la natura normativa (come aveva già compreso secoli prima Aristotele), evidenziano che non è la quantità della moneta ad influenzare direttamente i prezzi dei beni, come se essa stessa fosse un bene materiale soggetto a deprezzamento, e che, invece, la moneta influisce piuttosto sul reddito ossia sulla capacità di spesa dei consumatori, aumentandola o diminuendola a seconda della maggiore o minore disponibilità di moneta legale, sicché non la quantità di moneta in circolazione comporta l’inflazione ma lo squilibrio tra domanda, forte, ed offerta, debole, dei beni. Come, appunto, stava accadendo nel mercato del greggio con le sue ripercussioni, in termini di inflazione da costi delle materie prime, sulla produzione industriale.

Sta di fatto che, però, la predominante concezione quantitativista spinse i dirigenti politici dei Paesi europei, alle prese con la fine di Bretton Woods ed i problemi dell’alta inflazione, a progettare una unione monetaria europea che ripristinasse le (illusorie) certezze del vecchio Gold Standard che, nella forma del Gold Exchange Standard, era venuto meno insieme al sistema di Bretton Woods ormai alla fine.

La futura unione monetaria nasceva, dunque, all’insegna della concezione neoclassica-monetarista per la quale bisogna controllare la quantità di moneta legale in circolazione onde evitare l’inflazione. Cosa che in termini di politica economica si traduce in riduzione della spesa pubblica, anche di investimento, contrazione dei salari, compressione dei diritti sindacali, precarizzazione del lavoro, riduzione della spesa sociale, ritirata dello Stato dall’economia per lasciare ogni spazio solo al mercato ritenuto “magicamente” capace di autoregolazione spontanea. L’Autorità pubblica, in tale visione, deve solo assicurare, costituzionalizzando principi come il pareggio di bilancio, il corretto funzionamento del mercato e reprimere ogni ostacolo alla libera concorrenza per assicurare a tutti l’accesso non egemonico al mercato.

Erano, questi, i caposaldi della dottrina tedesca dell’ordoliberismo e su questi principi si progettò l’unione monetaria europea.

Nello stesso 1971, in pieno clima ordoliberale instauratosi in Europa, un economista post-keynesiano dell’Università di Cambridge, Nicholas Kaldor, pubblicò un articolo su The New Statesman destinato a far scuola ed a sconvolgere le infondate certezze neoclassiche, anche se, inascoltata profezia, non ebbe alcun concreto impatto sulle decisioni che politici ignari del dibattito scientifico, in corso, andavano prendendo in tema di costruzione dell’unione monetaria europea (2).

L’articolo in questione era denominato “Effetti Dinamici del Mercato Comune” e, pubblicato inizialmente, come detto, su New Statesman il 12 marzo 1971, fu poi ristampato come capitolo 12 (pp. 187 – 220) della sua successiva opera “Altri Saggi di Economia Applicata”.

E’ molto  significativo che Kaldor, in quell’articolo, prevedeva con una precisione incredibile le cause della crisi attuale dell’euro: lo squilibrio commerciale e della bilancia dei pagamenti a causa di un regime di cambi fissi in assenza di regole sui salari, di un fisco centralizzato e di riequilibratori automatici. Quarant’anni prima della sua nascita era già perfettamente chiaro che l’euro non avrebbe funzionato.

Riferendosi al “Rapporto Werner”, il documento elaborato dalla tecnocrazia finanziaria a sostegno della via monetaria all’unificazione europea, Nicholas Kaldor ammoniva che: «… sarebbe un errore pericoloso credere che un’unione monetaria ed economica possa precedere un’unione politica; o illudersi che l’unione monetaria funzionerà (secondo i termini del rapporto Werner) “da catalizzatore per l’evoluzione dell’unione politica, della quale nel lungo termine non potrà comunque farne a meno”. La creazione di una unione monetaria e di una autorità comunitaria di controllo sui bilanci nazionali genererà infatti pressioni tali da portare il sistema al collasso; questo condurrà ad una brusca frenata del processo d’integrazione politica, invece di accelerarla».

Al “profetico” avvertimento di Kaldor si preferì la retorica dell’ottimismo tecnocratico per il quale l’unione monetaria sarebbe stata capace di creare legami più profondi fra le nazioni europee fino a spingerle alla Federazione. I tecnocrati non esitavano neanche a mettere in conto che persino un’eventuale crisi del settore finanziario avrebbe costretto i dirigenti europei a pervenire all’unione politica, comunque necessaria. Questo spiega perché mai un uomo del club eurocratico come Mario Monti si sia espresso favorevolmente nei riguardi della crisi finanziaria iniziata nel 2008 adducendo che essa stava producendo i suoi buoni frutti ossia costringere gli Stati a cedere sovranità. Ordo ab Chaos!

A seguito della fine degli Accordi di Bretton Woods il cosiddetto Occidente si polarizzò tra gli Stati Uniti d’America che adottarono politiche globali di riciclo dei surplus degli altri Paesi ed Europa che si apprestava al ripristino del Gold Standard sotto forma ordoliberale ossia ponendo al posto della copertura aurea i principi della politica d’austerità e lo smantellamento del vecchio Welfare State.

Questa polarizzazione alimentò la finanziarizzazione dell’economia americana e pose le basi per un’ondata mondiale di creazione monetaria da parte dei privati ossia da parte delle banche mediante il credito, mediante la moneta bancaria, che trovò il suo apogeo nella decisione del presidente Clinton di abolire, su pressione della lobby finanziaria, il Glass Steagall Act per istituzionalizzare la cosiddetta “banca universale”, attiva tanto nel finanziamento dell’economia reale quanto nella speculazione mediante i derivati.

Francia e Germania, o meglio le banche francesi e tedesche, promossero attivamente, quali attrici principali nello scenario europeo, la “nuova era” del dominio finanziario su Stati, popoli ed economie reali. Si aprì, parallelamente, il gioco asimmetrico all’interno dello stesso mercato unico europeo. Asimmetria che andò formandosi sin dall’inizio dell’introduzione del sistema dei cambi fissi e che fu poi codificata ed istituzionalizzata con la moneta unica.

Non a caso sempre Nicholas Kaldor, nell’opera sopra citata, a pag. 202, scriveva lungimirante: «Il sistema presuppone piena convertibilità delle valute e cambi fissi tra gli Stati membri, lasciando la politica monetaria e fiscale alla discrezione dei singoli stati. Sotto questo sistema, come gli eventi hanno dimostrato, alcuni paesi tenderanno ad acquisire crescenti (ed indesiderati) surplus commerciali nei confronti dei loro partner commerciali, mentre altri accumulano crescenti deficit. Ciò porta con sé due effetti indesiderati. Trasmette pressioni inflazionistiche da alcuni membri ad altri; e mette i paesi in surplus nelle condizioni di fornire finanziamenti in automatico ai paesi in deficit in scala crescente».

Mentre alla successiva pag. 206 annotava: « … l’attuale piano della Comunità è come quella casa che “divisa contro se stessa non riesce a stare”. L’Unione monetaria e il controllo della Comunità sui bilanci impedirà ad ogni singolo stato membro di perseguire autonome politiche di piena occupazione – di intervenire per compensare le cadute del livello della produzione e dell’occupazione – eccetto che non beneficiando dell’appoggio di un forte Governo comunitario in grado di preservare i suoi cittadini dalle conseguenze peggiori».

Invece di preoccuparsi dello scenario chiaramente intravisto da Kaldor e molti altri, i tecnocrati che procedevano alla costruzione eurocratica si cullarono nell’illusione del rischio calcolato, rafforzata dalla falsa idea che fare credito, in regime di cambi fissi o moneta unica, ad un’istituzione greca o ad una bavarese, ad una impresa spagnola o tedesca, comportasse più o meno gli stessi rischi. L’importante era che, mediante i cambi fissi o la moneta unica, fosse possibile la libera circolazione del capitale mentre nessun rilievo aveva, nel disegno eurocratico, il fatto che i debiti pubblici rimanessero totalmente separati come anche i sistemi bancari.

Gli eurocrati costituiscono, sotto un profilo filosofico-storico, una sorta di metamorfosi del pensiero tecnocratico. Essi, infatti, sono tecnocrati conquistati dalla trionfante ideologia finanziaria e mercatista sicché – a differenza dei loro predecessori, della prima parte del XX secolo, i quali erano piuttosto favorevoli alla pianificazione economica – ritengono, ordoliberisticamente, che bisogna pianificare soltanto la cornice istituzionale del funzionamento dell’economia libera.

Fu così che si preparò il terreno favorevole all’asimmetria e le bilance commerciali in surplus finirono per generare flussi netti di capitali verso i paesi in deficit, con conseguente formazione di bolle speculative sia nel settore privato che in quello pubblico. Il modello di crescita che i tecnocratici hanno messo in piedi nell’Eurozona si basa sul finanziamento delle esportazioni nette dei Paesi in surplus fondato sul credito bancario, privato, facilitato per i Paesi in deficit ossia per i mercati di sbocco del primo gruppo di Stati.

Nessun ammortizzatore e nessun riequilibratore è stato previsto perché l’ottimismo mercatista degli eurocrati non preventivava la possibilità stessa della crisi. Ma questa è immancabilmente arrivata tra il 2008 ed il 2010, sulla scia del collasso finanziario globale iniziato negli Stati Uniti. La Grecia è stata sacrificata sull’altare del Moloch eurocratico che non poteva permettersi di dichiarare falsi i suoi dogmi mercatisti. Ma anche Spagna, Italia, Irlanda e Portogallo, ed un po’ persino la Francia, hanno pagato il loro tributo, in termini di massacro sociale, al Moloch eurocratico animato da Germania e Paesi satelliti del Nord Europa.

La Nomenklatura eurocratica, pur di non ammettere che tutta l’architettura europea è fondata su basi fallimentari e che l’Unione è un gigante dai piedi di argilla, ha imposto una lettura della crisi come semplice problema di liquidità. E piuttosto che riconoscere nelle insolvenze la causa  dell’esplosione delle bolle, prima nel settore bancario privato e poi, per contagio, nel settore del debito pubblico, liberamente lasciate formarsi in nome degli errati principi dell’Ordoliberismo tedesco, l’eurocrazia si è cullata nella convinzione che la crisi sia risolvibile con ricette di austerità e con ulteriori prestiti internazionali agli Stati in difficoltà.

Alla fine, sempre per non ammettere il fallimento, con il cosiddetto “fondo salva Stati”, ossia con la pubblicizzazione delle perdite delle banche francesi e tedesche, è stato disposto il trasferimento dei buchi dai libri contabili delle banche sulle spalle dei contribuenti europei, caricandone il peso maggiore proprio sui Paesi che meno erano capaci di sopportarlo.

Per circa cinque anni sul mercato delle obbligazioni, in particolare quello dei titoli di Stato, gli effetti della cura sono stati catastrofici e persino Paesi con una forte economia come l’Italia sono arrivati a due passi dal collasso.

L’intervento della Bce a guida Mario Draghi, nell’estate del 2012 –  il cosiddetto allentamento quantitativo o quantitative easing (QE) –, pose un argine al peggio, calmierando i mercati valutari, ma senza risolvere nulla dei problemi strutturali dell’Unione Europea come costruita dai tecnocrati ed egemonizzata dalla Germania. La crisi si spostò immediatamente al terreno dell’economia reale provocando la deflazione su scala continentale.

Ma, a questo punto, quale è la via di uscita dal vicolo cieco nel quale l’eurocrazia ci ha ficcato?

Non illudiamoci sulla ripresina in atto. Alla prossima crisi la deflagrazione dell’Unione Europea sarà inevitabile se si continua nella linea impolitica scelta, per noi, dalla tecno-finanza e sostenuta, per i suoi interessi nazionali, dalla Germania e suoi alleati/vassalli.

Ancora una citazione, risalente al 1971, dal “profetico” testo di Nicholas Kaldor, pag. 205:

« … l’obiettivo di una piena unione monetaria ed economica non si può ottenere senza una unione politica; e la seconda presuppone integrazione fiscale e non mera armonizzazione fiscale. Essa richiede la creazione di un Governo e Parlamento della Comunità che si assumano la responsabilità almeno della maggior parte della spesa attualmente finanziata dai governi nazionali e la finanzi attraverso tasse equamente ripartite tra i membri comunitari. Con un sistema integrato di questo tipo le aree più ricche finanziano in automatico quelle più povere, e le aree che sperimentano un declino delle esportazioni sono automaticamente alleggerite pagando meno e ricevendo di più dal Fisco centrale. Le tendenze cumulative all’aumento e alla diminuzione sono così tenute sotto controllo da uno stabilizzatore fiscale costruito all’interno del sistema che consente alle aree in surplus di fornire automaticamente aiuto a quelle in deficit».

L’economista anglo-ungherese, nello stesso testo, spiegava perché il mercato unico europeo non sarebbe stato capace di autoregolazione, come invece riteneva la dogmatica liberista:

«Myrdal coniò la locuzione “causazione circolare e cumulativa” – egli scriveva a pag. 192 – per spiegare perché il tasso di sviluppo economico delle diverse aree del mondo non tende ad uno stato di equilibrio uniforme ma, al contrario, tende a cristallizzarsi in un numero limitato di aree ad elevata crescita il cui successo ha l’effetto di inibire lo sviluppo di altre aree. Questa tendenza non potrebbe operare se le variazioni dei salari monetari fossero sempre tali da compensare la differenza nei tassi di incremento della produttività. Tuttavia non è questo il caso che si verifica: per ragioni forse non pienamente comprese, la dispersione nei tassi di aumento dei salari tra le diverse aree tende sempre ad essere considerevolmente più piccola di quella relativa alle variazioni della produttività. E’ per questa ragione che in un’area valutaria comune, o in un sistema di valute convertibili con cambi fissi, le aree che crescono di più tendono ad acquisire un vantaggio competitivo cumulativo rispetto alle aree che crescono a tassi inferiori. I “salari efficienti” (calcolati come rapporto tra salari monetari e produttività) tenderanno, nel corso naturale degli eventi, a diminuire nel primo gruppo di Paesi rispetto al secondo – anche nella situazione in cui nei due gruppi i salari monetari tendono contemporaneamente a crescere in termini assoluti. Proprio in ragione degli incrementi dei differenziali di produttività, i costi comparati di produzione nelle aree a maggior crescita tendono a diminuire nel tempo rispetto a quelli delle aree a minor crescita ed aumentano di conseguenza il vantaggio competitivo delle prime».

Dunque sembra che Kaldor auspicasse una soluzione Federale per l’Europa ossia l’edificazione di un unico Stato Federale sul modello degli Stati Uniti d’America. Egli era un economista e non un filosofo della politica o un politologo, sicché guardava più alla sostanza gestionale del problema dell’unificazione monetaria che non a considerazioni di ordine filosofico ed istituzionale sulla miglior forma politica da suggerire per la futura Unione Europea.

Un approccio che sembra tener maggiormente conto anche della questione filosofico-politica ed istituzionale è venuto, anni dopo, da un altro economista, Yanis Varoufakis, che è stato ministro dell’economia del governo greco di Tripas, prima dell’incomprensibile débâcle di quel governo ai diktat eurocratici, pur essendo stato vittorioso nel referendum indetto contro le politiche di austerità dell’UE.

Quando egli era ancora ministro del governo greco, ossia prima che fosse dallo stesso esonerato subito dopo il vittorioso referendum, Yanis Varoufakis al Forum Ambrosetti, il 14 marzo 2015, propose una soluzione alla crisi europea di tipo, se si vuole, confederale che egli definì “Europeizzazione decentralizzata”.

La proposta di Varoufakis mirava a creare una governance europea senza compromettere le sovranità nazionali in modo da attuare una sorta di New Deal europeo veicolando il Quantitative Easing della BCE di Draghi esclusivamente verso gli investimenti produttivi onde evitare che esso finisse, invece, in mano alla speculazione con conseguente creazione di nuove e pericolose bolle finanziarie.

In sostanza Varoufakis indicava nel modello confederale la via istituzionale per uscire dalla crisi senza ricadere in guerre intra-europee ma anche senza creare un Super-Stato che annulla le specificità identitarie nazionali e locali.

Per meglio comprendere è opportuno sentire direttamente da Varoufakis quali sono i contorni di una via confederale all’Europa, secondo la sua proposta.

«… abbiamo bisogno … (di) una logica diversa – egli ha spiegato nel consesso internazionale presso il lago di Como nel quale svolse la sua relazione –, (di) una riarticolazione più razionale delle istituzioni esistenti per attaccare il problema alle radici. Mentre la dinamica di deflazione da debito distrugge le risorse per una potenziale prosperità europea, i governi sono impantanati in falsi dilemmi: fra stabilità e crescita, fra austerità e politiche espansive, fra l’abbraccio mortale banche insolventi – paesi insolventi, e una auspicabile ma indefinita – e sempre rinviata – Unione Bancaria, fra il principio di perfetta separabilità dei debiti, paese per paese, e la necessità di convincere i paesi in surplus a finanziare i deficit altrui, fra sovranità nazionale e federalismo. Queste scelte falsamente diadiche imprigionano il dibattito e immobilizzano i governi. Sono la causa dell’attuale grave delegittimazione del progetto europeo. E rischiano di produrre un pernicioso difetto democratico in tutto il continente (…) permettetemi di dire che ho difficoltà a immaginare che l’allargamento della base monetaria possa aumentare gli investimenti privati verso le attività produttive, stante l’attuale quadro – molto frammentato – della moneta unica. Gli effetti del QE in questa direzione si sono mostrati mediocri, anche in economie solide ed omogenee come il Giappone, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna. È inevitabile che non vada meglio in un’Eurozona frammentata, nella quale gli acquisiti di assets fatti dalla BCE … interessano economie nazionali attraversate da potenti spinte deflazionistiche. Temo molto che la dissociazione tra base monetaria e offerta monetaria, che è il tallone d’Achille di tutti i QE, produrrà nel caso europeo effetti ben peggiori che in Giappone, negli Stati Uniti o in Inghilterra. (…) Insomma, anche se la BCE sta facendo del suo meglio – nel quadro del mandato che le è stato assegnato – questo ‘meglio’ non sembra che basti. Ci vuole qualcos’altro. (…). Volendo dargli un nome, parlerei di un processo di Europeizzazione Decentralizzata. Per dirla in poche parole: dobbiamo simulare una governance federale dell’euro senza federazione, senza perdite ulteriori di sovranità nazionale, e nel quadro dei trattati esistenti. Il continente è oggi incagliato in un falso dilemma. Da una parte c’è chi crede – i più – che l’Europa sia sulla giusta strada, che stiamo uscendo dalla crisi. Che le politiche economiche applicate stiano funzionando. Non è il mio punto di vista. L’altro corno del (falso) dilemma è l’idea che l’unica alternativa sia una federazione europea. Non credo che quest’ipotesi sia percorribile, e neppure auspicabile. Per fortuna esiste una terza opzione, quella che chiamo l’Europeizzazione Decentralizzata. L’idea è di europeizzare tre dei quattro principali pilastri delle nostre politiche economiche: il settore bancario; una parte del debito pubblico; gli investimenti aggregati (tramite la Banca Europea per gli Investimenti – BEI –: vale la pena di precisare che il prestito da parte della BEI non ha conseguenze sul piano delle regole fiscali europee. Non è iscritto a bilancio come nuovo debito, né come deficit per nessuno degli stati membri. Questo significa che è possibile finanziare nuova spesa pubblica senza intaccare l’efficacia fiscale dei singoli paesi), e quindi lanciare un programma di lotta alla povertà. Se europeizzeremo questi settori, i governi nazionali potranno gestire dei bilanci in modo equilibrato, senza troppe difficoltà, anche in caso di bilancia dei pagamenti esteri negativa (per esempio la Grecia o il Portogallo). Perché se gli investimenti aggregati, le turbolenze bancarie, una parte del debito pubblico, un programma di assistenza alimentare sono europeizzati, allora i governi nazionali possono assicurare bilanci in equilibrio. E nessuno si preoccuperà di sapere se la Grecia o il Portogallo avranno un’eccedenza nelle partite correnti con la Germania (…) una federazione … non mi pare oggi una soluzione praticabile. Perché se c’è un effetto indiscutibile di questa crisi, è il risveglio degli orgogli nazionali (…) la crisi attuale dell’Europa può essere affrontata utilizzando in modo intelligente le istituzioni attuali, estendendone il raggio d’azione, nel rispetto dei trattati e delle regole esistenti. (…) un esempio di come quest’approccio può essere tradotto in pratica (è) un investimento aggregato su scala continentale (da realizzare mediante la) collaborazione BEI-BCE (nella quale la BCE pratica Quantitative Easing acquistando titoli della BEI per finanziare progetti di rilancio basati sugli investimenti) dimostra che l’Europa è perfettamente in grado di mobilitare le istituzioni esistenti, europeizzare l’investimento aggregato, e rilanciare l’economia – senza che la Germania finanzi direttamente questo progetto, e senza che i bilanci nazionali vedano crescere i loro deficit. Abbiamo, di fatto, la possibilità di stimolare un New Deal europeo, senza ricorrere ad una tesoreria federale, senza trasferimenti fiscali interni, senza nuove istituzioni. In questo modo le nazioni più ricche, in primo luogo la Germania, non avranno bisogno di pagare un solo euro per finanziare questo programma. (…). Nei primi anni ’50, gli Stati Uniti riavviarono l’economia europea con il Piano Marshall. Il costo totale per i contribuenti americani equivalse al 2% del PIL (soldi ben spesi, anche dal punto di vista degli americani). Il New Deal europeo non costerà nulla alla Germania, ai Paesi Bassi, ecc. Nulla, perché sarà finanziato tramite emissione di titoli BEI; questi titoli contribuiscono, di fatto, a rastrellare la liquidità in eccesso nel settore finanziario tedesco, permettendo ai rendimenti dei fondi pensione tedeschi di tornare in territorio positivo. (…). Ho parlato oggi di un solo esempio di Europeizzazione decentralizzata, quello riguardante l’investimento aggregato. Soluzioni simili esistono per integrare a livello continentale parte dei debiti nazionali, unificare coerentemente i nostri settori bancari, per combattere povertà ed esclusione sociale. Tutte praticabili senza trasferimenti fiscali, senza spesa in deficit, senza che la Germania debba pagare il conto, e senza perdite – soprattutto – di sovranità nazionale. Permettetemi di concludere su un punto che mi sta particolarmente a cuore. Dobbiamo smettere di pensare alla ripresa europea come un gioco a somma zero, dove gli interessi di un paese sono soddisfatti a scapito di quelli di un altro. L’Europa ha un immenso potenziale di sviluppo che richiede, per essere attuato, un immediato cambiamento di paradigma entro le regole ed i trattati esistenti».

Parole sagge ma finora restate inascoltate. Soprattutto al riguardo dell’impellente necessità di un “immediato cambio di paradigma” intendendo per tale l’urgenza di abbandonare, per sempre, il paradigma ordoliberale che la Germania ha imposto a tutta l’Europa – oltretutto distorcendo anche quanto di valido, molto poco, sussiste in detto paradigma, perlomeno nella versione arnackiana – in modo da ritrovare un equilibrio tra gli Stati europei senza alcuna costrizione federalista ma anche senza cedimenti ad impossibili sovranismi radicali.

Luigi Copertino

NOTE

  1. Luigi Copertino “Tra sovranismo e globalismo come tra Scilla e Cariddi” in www.maurizioblondet.it.
  2. Nicholas Kaldor è stato anche l’autore del libro “Il flagello del monetarismo” con il quale ha distrutto la dottrina monetarista dimostrando il carattere “endogeno” e non “esogeno” della moneta e dunque dimostrando quali furono, all’epoca, le cause del fallimento delle politiche della Thatcher e di Reagan, ispirate al monetarismo, ossia l’impossibilità del controllo della quantità di moneta perché non esiste solo la moneta legale ma anche quella bancaria sicché, laddove si comprime la quantità di quella legale, famiglie ed imprese fanno ricorso massiccio al credito, ovvero alla moneta bancaria, dimodoché il monetarismo favorisce inevitabilmente la finanza rispetto all’economia reale.
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