Danilo Quinto: TRA BENE E MALE – L’INTRODUZIONE A LA PORTA STRETTA

Il mio nuovo libro, La porta stretta, nasce da un’esperienza: gli esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola (1491-1556) al Priorato san Carlo della Fraternità Sacerdotale San Pio X di Montalenghe, in provincia di Torino. Ne sono rimasto profondamente, intimamente colpito, per la pace interiore, la rinascita spirituale e le copiose grazie che donano. Dopo gli esercizi, se ben fatti, è assai difficile non coltivare il profondo desiderio di rimanere in stato di Grazia, di praticare i Sacramenti e di partecipare quotidianamente al sacrificio incruento di Nostro Signore Gesù Cristo che si celebra durante la Santa Messa. Mi permetto di consigliarli a coloro che vogliano scoprire la realtà e la dimensione vera della nostra vita: quella soprannaturale.

Come disse lo storico del Cristianesimo Wilhelm Bousset (1865-1920) «Dio scrive anche sulle righe storte dell’uomo»: quasi alla fine della sua vita terrena, l’ex tesoriere del Partito Radicale, l’ultimo peccatore come me, partecipa agli esercizi spirituali, dopo aver rinviato più volte quest’appuntamento. Rivolgo un pensiero grato a mia moglie Lydia, che con tenacia – come sempre – mi ha sollecitato a lungo, ad un carissimo amico, Luca Poli, nella cui casa, molti anni fa, ho assistito alla Santa Messa di sempre della Chiesa (i cui ricordi erano sepolti nella mia memoria) e ai sacerdoti della FSSPX. Mons. Marcel Lefèvre (1905-1991), a differenza di tanti che seminano parole al vento, con coraggio e profeticamente nel 1970 fondò la Fraternità. «Tradidi quod et accepi», volle far scrivere sulla sua tomba. In tempi bui come quelli attuali – nei quali il Modernismo, «la sintesi di tutte le eresie», come lo definisce Pio X nell’enciclica Pascendi Dominici Gregis del 1907, sembra prevalere e devastare la nostra vita – dobbiamo rendere grazie a Dio per aver dato la possibilità di poter ancora affermare, attraverso questi sacerdoti, che esiste un modo per coltivare ed alimentare la fede, per riscoprire, attraverso la conoscenza delle Sacre Scritture, della Tradizione e del Magistero perenne della Chiesa, l’assoluta necessità di vivere in una dimensione spirituale, perseguendo la santificazione personale. È questo l’obiettivo principale degli esercizi spirituali, che possono essere promossi solo da quei sacerdoti che hanno conservato la vera fede e vogliono trasmetterla. Il compito che si riprometteva mons. Lefèvre – trasmettere quanto aveva ricevuto – è quello affidato alla Chiesa dal suo Fondatore e il compito di ciascuno di noi in questa vita è uno solo: salvare la nostra anima, macchiata dal peccato originale, dalla dannazione eterna.

Sono pochi coloro che si salvano, come dice Gesù («Sforzatevi d’entrare per la porta stretta, perché, vi dico, molti cercheranno d’entrare e non vi riusciranno», Lc 13, 23) e non come dice la gerarchia ecclesiastica modernista, che per andare incontro al mondo e per servire solo i suoi desideri, opera da decenni, ben prima del Concilio Vaticano II – come documenta bene il libro Parole chiare sulla Chiesa – Perché c’è una crisi, dove nasce e come uscirne, a cura di Daniele Di Sorco, Edizioni Radio Spada, 2023 – in maniera diabolica e quindi anticristica. Del resto, il disegno massonico – che prevede l’eliminazione di Dio e dei Suoi diritti dall’orizzonte umano – è in atto da secoli. Il Modernismo – che è penetrato nella Chiesa oltre cento anni fa ed è diretta conseguenza della Gnosi – ha prodotto una conseguenza devastante: gli uomini di Chiesa, nella loro stragrande maggioranza, si sono separati dal loro ruolo, dal mandato ricevuto direttamente da Nostro Signore Gesù Cristo («Poi disse loro: “Andate per tutto il mondo, predicate l’Evangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo; chi invece non crederà sarà condannato. Ora questi segni accompagneranno coloro che credono; scacceranno i demoni nel mio nome; parleranno lingue nuove; prenderanno in mano serpenti e quand’anche bevessero veleno non ne avranno alcun male; imporranno le mani agli infermi e guariranno”. Il Signore Gesù, dunque, dopo aver loro parlato, fu assunto nel cielo e siede alla destra di Dio. Quelli poi andarono e predicarono ovunque con l’assistenza del Signore, il quale confermava la loro parola con i miracoli che l’accompagnavano», Mc 16, 15-20) e sono diventati apostati della fede. Il Sinodo iniziato nel mese di ottobre 2023, promosso da Bergoglio – che intende portare a compimento un disegno a cui hanno partecipato tutti i pontefici che dal Concilio l’hanno preceduto – vuole dare l’ultimo colpo, quello mortale, alla Chiesa di Cristo, con l’introduzione del diaconato femminile, dando la possibilità agli uomini sposati di divenire presbiteri (almeno in alcune regioni del mondo), accogliendo nel seno della Chiesa di coloro che si macchiano di peccati contro il VI comandamento, dopo aver di fatto ammesso la comunione per i divorziati risposati ed imposto la distribuzione sulla mano del Corpo di Cristo. Non ci riuscirà, perché, come ha promesso Nostro Signore Gesù Cristo: «le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa» (Mt 16, 18).

Per il distacco che nutro ognor più verso le miserie, le ingiustizie e le menzogne che dominano il mondo – ordite da uomini devoti e dediti solo al male – penso spesso al momento della conclusione di questa vita. Leggo, allora, il commento di sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787) per la XII stazione della sua Via Crucis (Gesù muore sulla Croce): «Considera come il tuo Gesù, dopo tre ore di agonia sulla croce, finalmente consumato dai dolori, si abbandona col corpo, china la testa e muore. O morto mio Gesù, bacio intenerito codesta Croce, ove per me siete morto. Io per i miei peccati ho meritato di fare una mala morte; ma la morte Vostra è la speranza mia. Per i meriti della Vostra morte datemi la grazia di morire abbracciato ai Vostri piedi e ardendo per Voi d’amore. Nelle Vostre mani raccomando l’anima mia. Io Vi amo con tutto il cuore. Mi pento di averVi offeso. Non permettete che Vi offenda più. Fate ch’io sempre Vi ami, e poi disponete di me come Vi piace».

C’è una sola speranza da coltivare per l’incontro che nell’istante stesso del nostro spirare avremo con Gesù, nel quale Egli esprimerà il Suo giudizio particolare sul destino eterno della nostra anima, il momento più importante, con la nostra nascita, del nostro stare al mondo. Deriva direttamente dalla Croce: rimanere inginocchiati e abbracciati ai piedi di Gesù Cristo e nutrire amore solo per le Sue piaghe. Tutto il resto non conta alcunchè. È nulla. Questo è il fondamento del Cristianesimo, che non è una dottrina e tantomeno un’ideologia, ne è sentimentalismo mieloso, come fanno credere quei modernisti eretici che da secoli ambiscono ad appropriarsi della coscienza degli uomini per allontanarli da Dio. Nel Cristianesimo, l’Uomo-Dio, per offrirci la redenzione dai nostri peccati, ha scelto di subire l’atroce supplizio che Gli hanno inflitto gli uomini, l’agonia e la morte, consegnandoci così la possibilità di Nuove Terre e Nuovi Cieli. Di per sé, ciò desta stupore ed è comprensibile solo attraverspo il dono della Grazia. Coinvolge direttamente il bene supremo della libertà dell’uomo, che è direttamente coinvolto: può accettarlo o non accettarlo, andando incontro a conseguenze diverse, che riguarderanno la sua vita vera, quella dell’al di là: la privazione, temporanea o eterna, della visione di Dio o la partecipazione al convitto di nozze del Regno di Dio.
«Noi», dice sant’Agostino (354-430), «non dobbiamo più aver paura di morire: è morto Cristo per noi. Noi ora possiamo morire con la speranza della vita eterna: Cristo è risorto perché anche noi risorgessimo. Nella Sua morte e nella Sua risurrezione ci è indicato un fatto e promesso un premio; il fatto indicato è la passione, il premio promesso è la risurrezione. Questo fatto i martiri lo hanno realizzato; realizziamolo anche noi con la pietà, se non ci è possibile con la passione. Non a tutti è concesso di patire per Cristo, di morire per Cristo. Il semplice morire invece tocca a tutti. Felici coloro a cui è concesso che quello che comunque deve avvenire, avvenga per Cristo; vi era infatti la necessità di morire, ma non era inevitabile morire per Cristo. Per tutti del resto verrà la morte, ma non per tutti la morte per Cristo. Quelli a cui avvenne di morire per Cristo hanno restituito in un certo qual modo ciò che era stato dato loro. Il Signore aveva dato la Sua morte per loro. Ed essi gli restituirono di morire per Lui. Ma come potrebbe un uomo misero e povero ricambiare, se non fosse ancora il Signore che dà della Sua ricchezza? Cristo aveva fatto un dono ai martiri: un altro ne fa perché glieLo possano ricambiare. La voce dei martiri è questa: “Se il Signore non fosse stato in noi forse i nemici ci avrebbero inghiottiti vivi”. Forse – dice – i persecutori “ci avrebbero inghiottiti vivi”. Che significato ha vivi? Significa che, pur sapendo di fare male se si rinnegasse Cristo, tuttavia un così gran male lo si farebbe vivi, cioè in piena consapevolezza. E così “ci avrebbero inghiottiti vivi”, non morti. Dunque, vivi significa consapevoli, non ignari. E in virtù di quale forza riuscirono a non fare quello che i persecutori volevano costringerli a fare? Lo si chieda loro, lo dicano loro. Ecco, rispondono: “Non sarebbe stato possibile se il Signore non fosse stato con noi”. Dunque, Lui ha dato con l’intenzione che Gli fosse restituito. Grazie a lui! Egli è ricco e, come è stato scritto: “Si fece povero per fare ricchi noi” (2 Cor 8, 9); ricchi della Sua povertà, risanati dalle Sue ferite, esaltati per la Sua umiltà, vivificati dalla Sua morte».
Non è la risurrezione, ma la morte di Cristo la chiave dell’esperienza cristiana e della nostra salvezza eterna. La partecipazione alla Sua passione, costituisce la liberazione dalle umane sofferenze, dalle angosce, dalle paure, dalle solitudini della vita, insidiata continuamente dagli spiriti del male, che ci vogliono attrarre nella loro disobbedienza a Dio per obbligare la nostra coscienza a non servirLo, a non santificarci e a non imitare nella Sua umiltà Suo Figlio, che si è incarnato per noi.

Scrive ancora sant’Agostino: «Per sanare la nostra miseria non ci fu modo più conveniente che la passione di Cristo». Commenta san Tommaso d’Aquino (1225-1274), nel Trattato sulla passione di Cristo: «Infatti un mezzo è tanto più adatto a conseguire il fine, quanto più numerosi sono i vantaggi che con esso si raggiungono in ordine al fine. Ora, per il fatto che l’uomo è stato liberato mediante la passione di Cristo, oltre alla liberazione dal peccato si ebbero anche molti altri vantaggi in ordine alla salvezza dell’uomo. Anzitutto, considerando la passione di Cristo l’uomo conosce quanto Dio lo ama, e così viene provocato ad amarlo: ed è in tale amore che consiste la perfezione dell’umana salvezza. Dice, infatti, san Paolo (4 d.C.-66 o 67 d.C.): “Dio dimostra il Suo amore verso di noi nel fatto che, quando eravamo ancora Suoi nemici, Cristo è morto per noi” (Rm 5,8). In secondo luogo, con la passione ci è dato un esempio di obbedienza, di umiltà, di costanza, di giustizia e di tutte le altre virtù che Cristo ha manifestato in quella circostanza: ed esse sono tutte necessarie per la salvezza dell’uomo. Perciò sta scritto: “Cristo patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme” (1 Pt 2,21). In terzo luogo, Cristo con la Sua passione non solo ha liberato l’uomo dal peccato, ma gli ha meritato la grazia che giustifica e la gloria della beatitudine eterna. In quarto luogo, dalla passione è derivata all’uomo un’esigenza più forte a conservarsi esente dal peccato, secondo le parole di san Paolo: “Siete stati comprati a caro prezzo: glorificate e portate Dio nel vostro corpo” (1 Cor 6,20). In quinto luogo, la passione di Cristo aumentò la dignità dell’uomo sì che, come l’uomo con l’inganno era stato vinto dal diavolo, così fosse l’uomo a vincere il diavolo, e come l’uomo si era meritato la morte, così un uomo morendo vincesse la morte. Dice san Paolo: “Sia reso grazie a Dio, che ci ha dato la vittoria per mezzo di Gesù Cristo” (1 Cor 15,57). Inoltre, per poter conseguire gli effetti della passione di Cristo, dobbiamo configurarci a Lui, e questa configurazione avviene sacramentalmente nel Battesimo: “Siamo sepolti con lui per mezzo del Battesimo nella morte” (Rm 6,4). Quindi ai battezzati non viene imposta nessuna penitenza riparatrice, perché essi sono totalmente liberati per mezzo della soddisfazione offerta da Cristo. E poiché “Cristo è morto una volta per tutte per i nostri peccati” (1 Pt 3,18), l’uomo non può configurarsi alla morte di Cristo una seconda volta per mezzo del sacramento del Battesimo. È dunque necessario che coloro che peccano dopo il Battesimo si configurino a Cristo sofferente per mezzo di qualche penitenza e sofferenza sostenuta nella propria persona. Ne basta tuttavia molto meno di quanto sarebbe proporzionato al peccato, perché interviene la forza redentrice della passione di Cristo. Essa però ha efficacia in noi solo se siamo incorporati a Lui come le membra al capo. Le membra devono essere conformi al loro capo. Perciò, come Cristo per primo ebbe la grazia nell’anima insieme alle capacità di soffrire nel Suo corpo, e mediante la passione giunse alla gloria dell’immortalità, cosi anche noi, che siamo Sue membra, mediante la Sua passione siamo liberati dalla colpevolezza degna di qualunque pena, ma in modo da ricevere prima nell’anima “lo spirito d’adozione a figli” (Rm 8,15), per cui ci è riservata l’eredità della gloria immortale anche se per ora abbiamo un corpo soggetto alla sofferenza e alla morte: ma per il futuro, “configurati alle sofferenze e alla morte di Cristo” (Fil 3,10), siamo guidati verso la gloria immortale, come dice san Paolo: “Se siamo figli di Dio, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, purché partecipiamo alla Sua passione per partecipare anche alla Sua gloria” (Rm 8,17)».

Il mondo in cui viviamo è destinato a svanire, insieme a coloro che si fanno credere i suoi padroni e che agiscano – nell’ambito ecclesiastico e in quello civile – per assassinare una seconda volta Colui che ha sconfitto la morte per sempre, sottoponendo coloro che credono ad una prova, che spesso costituisce un’anticipazione dell’Inferno. Nell’affrontare questa prova – che costituisce il percorso inevitabile del nostro cammino su questa Terra – armiamoci di umiltà e teniamo la lampada accesa, colmandola sempre d’olio, nell’attesa dell’unico momento di vera gioia della nostra vita, se di questa gioia saremo degni.

«Dio ci forgia nel dolore», mi diceva anni fa un santo e compianto sacerdote. Quel dolore può lasciarci nella desolazione o può trasformarsi in consolazione, in condivisione della Croce di Gesù. Dalla Croce s’intravvede la prospettiva della gioia, della pace. È Gesù stesso a dircelo quando rivolge queste parole al buon ladrone: «Oggi sarai con me, in Paradiso» (Lu 23, 43). La Croce contiene già la promessa della Risurrezione. Dicono a Pilato i sommi sacerdoti e i farisei: «Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore disse mentre era vivo: dopo tre giorni risorgerò» (Mt 27, 63). Solo la Risurrezione ci dà la vera pace, non gli onori, le ricchezze e le glorie che ci può dare il mondo. Le pene di questa vita non si possono paragonare al premio che riceveremo se serberemo la fede e la Grazia fino alla fine della nostra vita. «Tanto è il bene che mi aspetto, che ogni pianto mi è diletto», diceva san Francesco d’Assisi (1181/1182-1226).

Gli esercizi spirituali di Sant’Ignazio – che rappresentano uno straordinario mezzo di conversione -insegnano a perseverare, a serbare la fede e la Grazia, e propongono di vivere, nel corso dei giorni in cui si sviluppano e in quelli a venire, i dogmi e i misteri della Religione Cattolica, contenuti nei dodici articoli del Simbolo Apostolico, il Credo:

  1. Io credo in Dio Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra.
  2. Ed in Gesù Cristo suo Figliuolo unico, Signor nostro.
  3. Il quale fu concepito di Spirito Santo: nacque di Maria Vergine.
  4. Patì sotto Ponzio Pilato: fu crocifisso, morto e seppellito.
  5. Discese all’inferno: il terzo dì risuscitò da morte.
  6. Salì al cielo: siede alla destra di Dio Padre onnipotente.
  7. Di là ha da venire a giudicare i vivi ed i morti.
  8. Credo nello Spirito Santo.
  9. La santa Chiesa cattolica; la comunione dei santi.
  10. La remissione dei peccati.
  11. La risurrezione della carne.
  12. La vita eterna. Amen.

Questo programma non riguarda l’al di là, ma la nostra vita terrena: con le nostre croci quotidiane, dobbiamo costruire la possibilità di redimerci dal peccato e di salvarci, riconoscendo che Gesù Cristo è Re del Cielo e della Terra. È un compito semplice e arduo nello stesso tempo, perché Gesù ci chiede di essere perfetti, Suoi imitatori nell’amore verso Suo Padre e caritatevoli verso tutti coloro che incontriamo nella nostra vita, a cominciare dai nostri nemici. Dobbiamo conoscere gli elementi essenziali della fede cattolica per viverli e per trasmetterli, attraverso un’opera di conversione quotidiana verso noi stessi e verso gli altri. Una conversione che può giungere anche al martirio. È Gesù a dire: «Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi. Siate sempre prudenti come i serpenti, e semplici come le colombe. Guardatevi dagli uomini, perché essi vi faranno comparire nei tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti per causa mia davanti ai governatori e ai re per rendermi testimonianza davanti a loro e davanti ai Gentili. Ma quando sarete posti nelle loro mani, non preoccupatevi del come parlerete né di ciò che dovrete dire: in quel momento vi sarà suggerito ciò che dovrete dire, perché non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro, che parla in voi» (Mt 11, 16-20).

«Come pecore in mezzo ai lupi», quindi, smascherando le menzogne del pensiero unico di origine diabolica che, per cancellare la nostra identità, difende i diritti umani, inesistenti se non considerati e rapportati all’esistenza del Creatore di tutte le cose del cielo e della terra; fa credere che siamo immersi in una grande emergenza ambientale planetaria, provocando deliberatamente gli inquinamenti atmosferici, al fine di trasformare definitivamente il nostro stile di vita e di rimpinguare i depositi bancari di coloro che gestiscono questo business colossale; destabilizza il mondo, con una guerra fomentata da anni, di cui non s’intravvede la fine perché nessuno in Occidente vuole la pace; attraverso i modelli che vengono proposti dalle istituzioni e dal sistema di comunicazione, costringe molti giovani a indossare l’abito dell’omosessualità e persino a volere cambiare sesso, con molti genitori che assecondano questa volontà, invece di assumersi le loro responsabilità; propone modelli economici e di consumo che sovvertono l’ordine naturale delle cose, volendo costringerci a mangiare persino gli insetti; s’inventa pseudo-pandemie in laboratori bio-tecnologici per seminare la paura della morte, ricattando le persone con l’inoculazione di un siero che le stesse case produttrici ammettono non essere stato sufficientemente testato e che provoca morti e danni gravi ed irreversibili; con il metaverso, l’intelligenza artificiale e il transumanesimo, intende trasformare gli esseri umani, creati da Dio liberi, in degli zombie, pronti ad inchinarsi e adorare tutti i tipi di idoli pagani e mondani; fa credere ad una massa incolta di persone che è necessaria l’immigrazione nelle nostre società di milioni di individui, estranei alla nostra cultura, alla nostra tradizione, alla nostra storia, per garantire – dicono – il PIL, i lavori che stanno scomparendo e le future pensioni, mentre questo progetto di sostituzione della popolazione occidentale, che ha una crescita demografica pari a zero, serve in realtà per distruggere la nostra civiltà, che sarà soppiantata nell’arco di qualche anno. Come scrisse Oriana Fallaci in La forza della ragione, Rizzoli 2004, nel 1974, Boumedienne, l’uomo che tre anni dopo l’indipendenza dell’Algeria aveva spodestato Ben Bella, parlò dinanzi all’assemblea delle Nazioni Unite e senza tanti complimenti disse: «Un giorno milioni di uomini abbandoneranno l’emisfero nord. E non certo da amici. Perché vi irromperanno per conquistarlo, e lo conquisteranno popolandolo coi loro figli. Sarà il ventre delle nostre donne a darci la vittoria».

San Pio X (1876-1958) scrive: «La civiltà del mondo è civiltà cristiana; tanto è più vera, più durevole, più feconda di frutti preziosi, quanto più è nettamente cristiana; tanto declina, con immenso danno del bene sociale, quanto dall’idea cristiana si sottrae». Siamo passati dal leggere queste affermazioni a quelle di Bergoglio (1936) sul giudizio universale, che è uno dei fondamenti della dottrina cristiana: «Non ho partecipato alla prova del giudizio universale. Se devo pensare a come sarà il giudizio mi viene in mente un abbraccio. Il Signore mi stringerà e mi dirà: qui sei stato fedele, qui non molto; ma vieni, facciamo festa perché sei arrivato. Egli perdonerà gli sbagli che ho commesso – ne sono sicuro – perché ha un difetto; Dio è difettoso, zoppica: non può non perdonare. È la malattia della misericordia. A me piace pensare così. Io non penso al giudizio universale come a un bilancio».

Sarà davvero un abbraccio e un bilancio il giudizio universale? A questa gerarchia ecclesiastica che agisce in maniera anticristica e provoca ricadute terrificanti nella vita spirituale, ma anche politica e civile degli esseri umani, ha già risposto il profeta Isaia (5, 20-25): «Guai a coloro che dite male il bene e bene il male, che fate tenebre la luce e luce le tenebre; che date amaro per dolce e dolce per amaro! Guai a voi che siete sapienti ai vostri occhi e prudenti a vostro giudizio! Guai a voi eroi da vino, prodi a mescere e ad ubriacarvi; che giustificate l’empio per un regalo, e negate al giusto la giustizia! Perciò, come quando lingua di fuoco s’apprende alla paglia, che in una vampata di fiamme si incenerisce, così la loro radice sarà ridotta in favile e il loro germe come polvere andrà per aria. Perché spregiarono la legge del Signore degli eserciti, e bestemmiarono la parola del Santo d’Israele. Perciò il Signore si accese d’ira contro il Suo popolo e stese su di lui la Sua mano e lo percosse: i monti si sono commossi; in mezzo alle piazze i loro cadaveri hanno fatto tutti un carname. Né per tutto questo la Sua ira si è ritirata, ma la Sua mano è ancora stesa».
Ricordiamo sempre, nel corso della nostra vita, quel che san Paolo scrive a Timoteo: «Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù, che deve giudicare i vivi e i morti, nel nome della Sua apparizione e del Suo regno, fatti araldo della parola divina, insisti a tempo opportuno e anche non opportuno, confuta, sgrida, esorta, con grande pazienza e voglia d’insegnare. Poiché vi sarà un tempo che non sopporteranno la sana dottrina, ma secondo le proprie passioni, per prurito di orecchio, faran sì che si affollino i maestri; ma della verità ritrarranno l’orecchio per voltarsi alle favole. Tu sii vigile in ogni cosa, pronto a soffrire, e a far opera di evangelista, adempi i doveri del tuo ministero. Quanto a me, già sono offerto in libagione, e il tempo del mio discioglimento è imminente. Ho combattutto il buon combattimento, ho compiuto la mia carriera, ho conservato la fede; quel che resta è pronta per me la corona della giustizia, che darà a me in quel giorno il Signore, il giusto giudice, e non solo a me ma a tutti quelli che amano la Sua venuta».

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