LA CARICA CONTRO L’EURO

LA CARICA CONTRO L’EURO

Su segnalazione del caro amico Siro Mazza, oggi ho comprato Libero, il giornale diretto da Vittorio Feltri, che di solito non compro né leggo nonostante vi scrivano vecchie conoscenze e vecchi amici della mia (nostra, per qualcuno di questa mailist) giovanile militanza “socialista tradizionalista” , come Marcello Veneziani o Stenio Solinas. L’ho comprato perché esso regala un inserto tutto dedicato all’euro nel quale sono riportati i giudizi di noti personaggi dell’economia e della politica. Alcuni di essi sono stati, a suo tempo, degli euroentusiasti, altri degli euroscettici ab origine. Oggi tutti sono allineati nel fronte “no-euro”.

Mentre vi invito a comprare, almeno per oggi, Libero, onde acquistare l’inserto in questione, oppure a procurarvelo per altri via, vi propongo, di seguito, in sintesi, dai titoletti a ciascuno dedicati (se necessario accompagnati tra parentesi da un mio sintetico commento o dalla presentazione del personaggio), le opinioni di detti economisti e politici. Alcuni dei quali liberisti ed altri keynesiani perché, a quanto pare la riflessione anti-euro è diventata trasversale (anche se per motivi ed obiettivi assolutamente diversi, non essendo quelli liberisti gli stessi di quelli keynesiani).

Alle sintetiche dichiarazioni, seguono le dieci domande che i redattori dell’ottimo inserto propongono ai loro lettori (importantissima la domanda numero 7 dato che molti catto-confusi, perché catto-liberali, continuano a bere la favoletta, utile all’eurocrazia, del debito pubblico quale male assoluto ed unico responsabile della crisi: una narrazione ormai ampiamente confutata in sede di scienza economica e persino dagli economisti che lavorano nella attuale Bce).

Infine propongo un’ampia sintesi del pezzo di fondo di presentazione dell’inserto, sul quale mi permetto solo qualche osservazione. Esso dice molte cose giuste ma, al tempo stesso, è ispirato alle tradizionali posizioni anti-europee del conservatorismo inglese (Thatcher in primis, dimenticando le responsabilità della lady di ferro, insieme a Reagan, nell’aprire la strada, a cavallo tra anni ’70 ed anni ’80, alla liberalizzazione dei capitali ossia alla globalizzazione capitalista). I conservatori d’oltremanica se, per certi versi, non hanno tutti i torti per altri nascondono, dietro le loro critiche, l’antica ostilità inglese verso la Germania, ogni volta che quest’ultima assume un ruolo egemone in Europa. L’ostilità inglese verso la Germania è stata la grande concausa nella tragedia della guerra civile europea con le sue due guerre mondiali che hanno segnato il tramonto dell’Europa nel mondo. D’altro canto, il problema dell’Europa, una volta sparita l’opzione imperiale-confederale, ossia cristiano-romana, ancora rappresentata agli inizi del XX secolo dall’“Austria felix” del beato Carlo d’Asburgo, in via a suo tempo di confederalizzazione, è esattamente quello che la critica inglese mette in evidenza ovvero l’incapacità della Germania – o della sua ideologia nazional-imperialista che da Federico di Prussia arriva fino all’Ordoliberalismo della Merkel e di Schaüble passando per il Reich guglielmino e per Adolf Hitler – ad unificare, nella libertà e nell’eguaglianza della dignità politica ed economica, ma anche eventualmente nel pluralismo monetario in un sistema flessibile e non rigido di cambio, popoli diversi per radici, storia, cultura e lingua eppure accomunati, fino al XVI secolo,  dall’unico collante della fede cristiana nella sua forma apostolica (nonostante la frattura, ad essa interna ma non irreversibile, tra cattolicesimo e ortodossia, tradottasi nella distinzione tra Cristianità latina e Cristianità orientale, prima bizantina e poi slava). Quel che bisogna, però, sottolineare è che questa incapacità della Germania all’universalità romano-cristiana è il frutto avvelenato della Riforma luterana, la quale ha inaugurato il nazionalismo tedesco. Il problema storico-politico della Germania è, appunto, quello della sua incapacità a chiamare i popoli a fare qualcosa di bello e di buono insieme – in questo, come diceva Ortega y Gasset, è il segreto, tutto romano e cristiano, del legittimo “sacrum imperium” –, anziché sottometterli alla sua volontà nazionalistica di potenza (che è la stessa di ieri anche se oggi viene mascherata nella forma liberale del “patriottismo costituzionale”). Si tratta della stessa incapacità tedesco-luterana all’universalità cattolica che impedì, a suo tempo, nonostante la propaganda europeistica dell’hitlerismo, di creare una “internazionale fascista” come sperimentò l’Italia disprezzata, ben prima del 25 luglio ’43, dalla sua alleata d’oltralpe (ah! Se Mussolini avesse dato ascolto alla sua antica diffidenza verso la Germania, quella che lo portò ad appoggiare il povero Dollfuss, poi assassinato dai nazisti, nel 1934!). Il problema della Germania, ieri come oggi, è quello di non essere politicamente “cattolica” sicché ogni progetto politico di unificazione dell’Europa viene da essa inteso, o distorto, nel senso di un utile strumento per l’egemonia tedesca sull’Europa, in particolare su quella latina e mediterranea. Sembra proprio che il “Loss von Rome” di frate Martino sia ancora il destino nazionale tedesco. Un destino nichilista, incapace di costruire ma solo di distruggere. In tal modo, i tedeschi, purtroppo, finiscono per dare ampie ragioni agli inglesi, loro fratelli/nemici per etnia e per religione protestante, come essi, d’altro canto, interessati soltanto al proprio primato nazional-imperialistico, al canto del “God save the queen”, e non ad una comune civiltà che, del resto, hanno abbandonato e tradito, anche loro, dai tempi di Enrico VIII Tudor.

Luigi Copertino

 

Dall’inserto “La carica dei 101 contro l’euro” apparso su Libero del 2 gennaio 2017.

Alberto Alesina: “Si è persa l’occasione di una pacata discussione sui costi dell’unione monetaria” (Alesina è un economista liberista tra i più radicali!)

Giuliano Amato: “Abbiamo fatto una moneta senza Stato. Era difficile che funzionasse” (Amato era a suo tempo uno dei maggiori euro-entusiasti!)

Jacques Attali: “Abbiamo dimenticato di includere l’articolo per uscire da Maastricht” (Attali fu l’alto tecnocrate consigliere di Mitterand per la moneta unica, con la quale i francesi hanno creduto di mettere una catena alla forza tedesca e che invece si è rivelata anche per loro mortificazione della “grandeur” a tutto vantaggio della Germania: insomma un’altra Maginot!)

Luciano Barra Caracciolo: “Abbiamo perso un terzo del manifatturiero e il 25% di produzione” (parla dell’Italia)

Roland Berger: “La Germania dovrebbe abbandonare l’euro per far sì che l’Unione sopravviva”

Vladimir Bukovskij: “Seppellito un mostro come l’Unione Sovietica ne costruiamo un altro simile”

Bettino Craxi: “L’Europa nella migliore ipotesi sarà un limbo o, nella peggiore, un inferno”

Paul De Grauve (economista): “L’unificazione è figlia di impeti politici più che di calcoli economici”

Nigel Farage (capo del nazionalismo british): “Stiamo svalutando il Mediterraneo portandolo a livello del terzo mondo” (verissimo! Ma Farage dice questo per affermare la dignità dei popoli euro-mediterranei o solo per osteggiare l’egemonia tedesca che fa ombra a quella inglese?)

Martin Feldstein: “Aumenteranno i conflitti all’interno del continente”

Heiner Flassbeck: “La Germania viola le regole dell’Europa fin dall’inizio” (cosa verissima ma che nessuno osa dire ufficialmente nell’UE)

Luciano Gallino (sociologo socialista di recente scomparso, l’ultimo suo libro è titolato “La lotta di classe dopo la lotta di classe”): “L’Unione si è rivelata una camicia di forza per comprimere i salari”

Winnie Godley: “Il potere di emettere moneta è la prerogativa di una nazione indipendente” (parole sacrosante!!!)

Milton Friedman (l’economista capofila della scuola monetarista di Chicago, iper-liberista sfrenato, responsabile di errori teoretici che hanno consentito il ripristino dell’economia classica che ci ha portati alla nuova deflazione distruttiva): “L’UE è un progetto dirigista pericoloso” (dimentica però di dire che non si tratta di un dirigismo politico ma di dirigismo bancocratico che è stato reso, appunto, possibile dai machiavellismi politici ai quali, si veda sopra, si riferisce Paul De Grave, di egemonia nazionale delle nazioni più forti sulle più deboli del consesso europoide attuale)

Antonio Fazio (economista cattolico ed ex Governatore di Bankitalia): “L’euro è un’istituzione fallita”

Guido Carli (economista laico, anch’esso a suo tempo governatore della Banca d’Italia, il cui padre fu esponente d primo piano del “nazionalismo sociale” poi confluito nel fascismo): “Bankitalia che non finanzia il disavanzo è sedizione”

Emma Bonino: “Si disse: facciamolo e la politica seguirà. Invece si è addormentata” (riporto anche le sue parole benché il personaggio è per lo scrivente tra i peggiori dell’attuale panorama politico, nonostante la “benedizione” ricevuta da Papa Francesco dimentico dei tanti bambini assassinati con la pompa di bicicletta)

Paul Krugman (economista neokeynesiano): “Un buon argomento per dire che l’Unione non è stata un errore? Mai sentito!”

Giuseppe Guarino (giurista di fama internazionale): “L’introduzione dell’euro è stata tecnicamente come un colpo di Stato”

Hans Olaf Henkel: “Questa valuta è troppo debole per la Germania e troppo forte per gli altri”

Edward Luttwak (politologo): “Così l’Italia non crescerà mai”

Mervin King: “ I paesi periferici non hanno altra scelta che tornare alle monete nazionali”

Nicholas Kaldor (economista anglo-ungherese di indirizzo neokeynesiano e principale esponente della teoria endogena della moneta, a suo tempo, con il libro “Il Flagello del monetarismo”, demolì scientificamente il monetarismo di Milton Friedman dimostrandone tutte le lacune e gli errori): “Sarebbe un errore pericoloso far precedere l’unità politica da quella economica”

James Mirrlees: “Guardando da fuori, dico che dovreste uscire subito dalla moneta unica”

Gregory Mankiw: “Ve l’avevano detto un sacco di economisti che sbagliavate, cari europei”

Wolfgang Münchau (economista ed editorialista del Financial Times, autore di un famoso articolo sulla creazione ex nihilo del denaro bancario): “La cosa peggiore è procedere nella stessa direzione. La rottura offre più opportunità”

Robert Mundell (economista laborista che già dagli anni ’70 segnalava la pericolosità del progetto tecnocratico di una moneta unica europea): “L’euro spazza via le norme sul lavoro e costringe i governi a tagliare la spesa sociale”

Pier Carlo Padoan (prima di fare il ministro dell’economia su nomina di Napolitano): “Senza tasso di cambio, i costi di aggiustamento pesano sul mercato del lavoro”

A questi seguono, nell’inserto consigliato, tanti altri interventi e giudizi euro-critici tra i quale quelli di Alberto Bagnai, Geminello Alvi, Paolo Barnard, Olivier Blanchard (già capo economista del FMI e liberista pentito), Ben Bernanke (già capo della Fed americana), Vito Costancio (attuale vicepresidente della Bce), Roberto Frenkel (economista studioso dei drammatici rapporti che si vengono a creare tra economie forti ed economie deboli all’interno dell’ipotesi di unificazione monetaria, che prendono nome da lui come “ciclo di Frenkel”), Nino Galloni (economista keynesiano, già alto dirigente dello Stato), Vladimiro Giacché (economista comunista), Oscar Giannino (economista liberista), Paolo Maddalena (vicepresidente emerito della Corte Costituzionale) , Ida Magli (antropologa, scomparsa, euroscettico ab origine), Claudio Borghi (economista keynesiano ed attuale consulente della Lega di Salvini), Warren Mosler (padre della Modern Money Theorie) e tanti altri ancora.

LE DIECI DOMANDE

  1. E’ irrilevante che gli autori dei quattro manuali di macroeconomia più diffusi al mondo (ossia Dornbusch, Blanchard, Krugman e Mankiw) abbiano bollato l’euro come un fallimento?
  2. E’ insignificante che dieci premi Nobel in economia (non uno ma dieci e tutti in ordine rigorosamente non alfabetico: Tobin, Stiglitz, Senn, Pissarides, Myrdal, Mundell, Mirriees, Krugman, Friedman e Hart) abbiano ammesso che la moneta unica è una rovina?
  3. E’ trascurabile che la Commissione UE ed il nostro ministro dell’Economia abbiamo scritto, a due anni di distanza l’una dall’altro, che “se non svaluti la moneta devi svalutare il lavoro”?
  4. E’ assurdo che chi è stato per anni rinchiuso nei gulag staliniani trovi un sacco di somiglianze fra l’Unione Europea e l’Unione Sovietica?
  5. E’ logico inventarsi un Super Stato a tavolino mescolando Paesi diversissimi tra loro nei quali si parlano diciotto lingue diverse?
  6. E’ ragionevole avere in tasca banconote dove non sono raffigurati personaggi del passato in cui tutti i cittadini si riconoscono, ma ponti e finestre inesistenti?
  7. E’ sensato continuare a pensare che la colpa sia tutta del debito pubblico quando è la stessa banca Centrale Europea a dire ufficialmente che le cause della crisi stiano tutte negli squilibri di finanza privata, mentre il debito pubblico non è mai la causa bensì la conseguenza della crisi?
  8. E’ normale che nel 2016, dopo oltre tre lustri di euro, quasi un milione di greci si siano immiseriti a tal punto da non potersi permettere alcun tipo di assistenza medica?
  9. E’ condivisibile l’opinione di chi dice che in una crisi economica la moneta non c’entri nulla perché è tutta colpa della corruzione?
  10. Credete che sia uscito fuori di testa il principale consulente della Merkel quando afferma “se fossi un politico italiano porterei il mio Paese di corsa fuori dalla moneta unica”?

 

QUINDICI ANNI DI MONETA UNICA – ALZI LA MANO CHI NON TORNEREBBE INDIETRO

Anziché diventare uno Stato federale, la UE si è ridotta a mostro burocratico al servizio dei tedeschi (e dei banchieri)

Di Pietro Senaldi

Quindici anni fa esatti l’Europa entrava nell’euro e l’allora presidente della Commissione UE, Romano Prodi, in vacanza a Vienna, festeggiava comprando con la moneta unica un mazzo di rose alla moglie Flavia. Come sono appassite. Alzi la mano che non tornerebbe indietro; alzi la mano chi non pagherebbe pronta cassa 5 mila euro oggi per avere i 10 milioni di una volta. Anziché rifiorire, il vecchissimo continente si è rattrappito. L’ossessivo allargamento, perseguito anche da Prodi, invece di fare di noi una neopotenza imperiale e rafforzarci con l’innesto di sangue fresco, ci ha sfibrati, impoveriti, tolto identità. In sintesi, ci ha iniettato veleno fin nelle ossa. D’altronde i popoli non sono unicamente entità organiche ma anche anima, storia, idee e sentimenti e non rispondono solo alle leggi del Risiko, della finanza o della botanica.

(…) anche i padri fondatori della moneta unica oggi non si vergognano di esprimere dubbi, pentimenti e recriminazioni sulla loro creatura. Amato si chiede se “siamo stati dei pazzi”, Prodi arriva alle conclusioni che la Thatcher aveva previsto tutto 10 anni prima … ossia che la struttura non ha fatto che consolidare il potere di una euro-lobby di arroganti nullafacenti e della Germania. Il presidente della Fed, Bernanke, e gli americani per anni ci misero in guardia inascoltati. E poi ci sono le analisi ex post dei grandi economisti di casa nostra, che hanno cominciato a manifestare critiche quando, dopo l’osannato e disastroso governo Monti, è diventato di moda farlo. Ma hanno studiato, appartengono alla élite, e il ravvedimento tardivo almeno lo argomentano bene.

Tuttora però chi si dichiara convintamente scettico nei confronti dell’Europa, e magari si propone anche di cambiare in qualche modo le cose, è visto come un barbaro populista. (…) l’euroscetticismo non appartiene solo ai fascisti (…).

Il punto è cosa ne sarà dell’Europa nel 2017. Se a primavera la Le Pen vince in Francia, la fine sarà pressoché immediata. Già ha salutato la Gran Bretagna, se poi anche Parigi comincia a sfilarsi, che Europa è? Qualora invece vincesse Fillon, il processo di disintegrazione richiederà ancora qualche anno di patetico e doloroso trascinamento, ma resterà irreversibile. Non ci sarà neppure bisogni che altri Paesi escano. Qualcuno, la Francia, o forse addirittura noi stessi, comincerà a ignorare le regole che l’Europa non avrà più la forza e autorevolezza per imporre e sarà il caos. Così per la terza volta in cent’anni la Germania sarà stata decisiva nel portare povertà e disperazione nel continente al centro del quale il destino l’ha posizionata. E non solo perché Berlino utilizza la propria forza unicamente per accrescere la sua leadership all’interno dell’Unione. Ma soprattutto perché anziché lavorare alla costruzione di un’Europa federalista, che garantisca indipendenza e dignità a tutti gli Stati membri, la Merkel continua a perseguire il suo progetto inter-comunitario che fa della UE un corpaccione molle e indistinto fatto apposta per dar ragione a chi mena più forte; cioè lei.

Giulio Andreotti diceva di amare a tal punto la Germania da preferire che ne rimanessero due. Ai tempi della riunificazione, nel 1989, la Thatcher (che però era l’amica dichiarata di Pinochet!, ndr) girava l’Europa come una Cassandra con le cartine del Terzo Reich sottobraccio per scongiurare la tragedia. Noi oggi abbiamo Tajani e Pitella a contrastare le armate tedesche a Bruxelles. (…). Eppure, stante la debolezza dell’Unione, sarebbe questo il momento per provare a imporsi e cambiare i trattati europei che, è opinione comune, non funzionano. Ma a primavera la Germania vota e la Merkel difficilmente sarà disponibile a mutare registro (…).

14 commenti


  1. Si fa strada l’idea di uscire dall’euro.
    (Ride) «Miserie di cui non ci si deve occupare. Sarebbe una catastrofe. Chi chiede l’uscita, non dice ciò che accadrebbe: energia più cara del cinquanta per cento, tassi di interesse doppi, risparmi in fumo. Resteremmo fuori dai mercati per anni, come ha testimoniato sull’Economist il governatore della Banca centrale argentina, Mario Blejer, concludendo: “Non ci pensate nemmeno”».
    Nicola Rossi :
    http://www.liberoquotidiano.it/news/politica/11715825/Nicola-Rossi–il-consigliere-pentito.html


    1. Se si va a spulciare i dati della Banca d’Italia si può trovare un particolare dell’economia dello Stato Italiano che ogni liberista che si rispetti mai e poi mai rivelerebbe: https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2014/11/18/-tesoroitalia-tra-primi-per-avanzo-primario-da-20-anni-_b978bbb1-1622-4e7e-b8c0-66e6c84c9899.html

      Lo dico qui ammettendo che è una delle poche cose che ho appreso interessandomi di economia: dire che l’Italia è in avanzo primario da venti anni vuol dire che da venti anni lo Stato Italiano, per le spese reali, spende meno di quanto incassa. Se il debito pubblico cresce è perché l’Italia spende una fortuna in interessi su una moneta sulla quale non ha nessun potere. In effetti l’Italia acquista l’euro da soggetti privati e ad essi lo restitutisce con interessi da loro decisi (chi siano questi soggetti è noto in via generale. Sono sempre gli stessi attori proprietari della finanza mondiale). Quindi, a me, non sembra affatto una catastrofe l’uscita dall’Euro e i suoi effetti li vedo, tutt’al più come i dolori post operatori per estirpare una parte insana e letale dal corpo dello Stato. Perciò, nell’articolo-intervista proposto, Nicola Rossi, come molti liberisti, dice il falso.
      C’è una Teoria economica, che il suo ideatore, Abba Lerner, ha chiamato “Finanza funzionale”, nella quale si dice che si dovrebbe valutare il sistema finanziario solo in base alle sue ricadute sull’economia. Negli anni della liretta chi lavorava poteva permettersi la casa la mare, un mese di vacanze d’estate e la settimana bianca. Poteva però permettersi solo una Fiat, al limite una Lancia. Ora si vedono in giro molte Mercedes, Audi, BMW ecc. però la metà dei fondi commerciali di ogni città ha appiccicato alla vetrina il cartello Vendesi, l’industria Italiana (ampiamente superiore a quella tedesca per eccellenza, prima dell’Euro) ora non esiste più e si vocifera di eliminare pensioni e sanità. E i bambini si devono portare carta e penne da casa per andare a scuola.

    2. Emilio

      Credo che chi affermi dati del genere senza neanche uno straccio di prova o dati quantitativi a supporto sia da considerare un pagliaccio.
      Neanche l’Argentina ha avuto fondamentali dopo lo sganciamento del pesos dal dollaro.
      Vorrei ricordare una cosetta semplice: svalutare la moneta e sempre da far seguire con un “rispetto a chi?” Rispetto al marco? ovviamente si’! si parla di circa il 20-30%. Rispetto al dollaro americano (e quindi il petrolio)?, non ne sarei cosi’ sicuro e comunque di quanto? i dati di JP morgan dicono il 5%. Da dove viene questo cialtronesco 50% che questo Rossi afferma?
      Altra cosetta semplice, semplice. La svalutazione della lira rispetto al marco la si deve intendere come una RIVALUTAZIONE del marco. Infatti ad oggi e’ soprattutto il marco euro ad essere sottovalutato rispetto a tutte le monete del mondo.

  2. Luigi Copertino

    Cari Leonardo ed Emilio,

    concordo con le vostre osservazioni. Quando ho parlato di “catto-liberali confusi” pensavo proprio a coloro che, dopo aver goduto degli anni euforici, post 1989, dell’apparente trionfo del catto-liberalismo sulla scorta teocon di Michael Novak, George Weigel e Nehauss – erano gli anni di Bush che esportava democrazia a suon di bombe sui civili – ed aver creduto che il libero mercato fosse la panacea universale per tutti i mali e che quindi bisognava, anche taroccando la storia, la teologia e la dottrina sociale cattolica, far credere che il dissidio cattolicesimo-liberismo fosse stato solo un equivoco storico e che pertanto bisognava promuovere il matrinomio in eterno tra Cattolicesimo e liberalismo, ora, sgomenti, guardano al crollo della loro piattaforma ideologica che segue al crollo del liberismo, in particolare di quello finanziario (che essi hanno sempre sottovalutato nella sua pericolosità). Quei poverini, che leggono anche questo sito, hanno confuso la globalizzazione dei capitali con l’Universalismo cristiano ed hanno applaudito alla fine del comunismo credendo che sarebbe sorto un mondo finalmente più cristiano. Sono stati – e sono tuttora, ne conosco per via culturale molti che mentono quotidianamente e sono capaci solo di denigrare i loro critici – gli utili idioti del capitalismo terminale, quello dell'”Anomos” (e se non sanno a chi mi sto riferendo vadano a informarsi studiando un po’ di teologia alla voce “escatologia”).

    Cari saluti.

    Luigi Copertino


  3. Per coloro – anche su questo sito – che pensano che in italia ed in generale in europa siano sottoposti all’ideologia liberista, informo che è proprio il contrario.

    Siamo molto vicini alla stato socialista, posto che, come risulta dai dati Eurostat, ” Entrate e spese pubbliche ”
    Nell’UE-28 il totale delle entrate pubbliche ammontava nel 2014 al 45,2 % del Pil.

    Nell’AE-19 il totale delle spese delle amministrazioni pubbliche nel 2014 era pari al 49,0 % del Pil

    La spesa complessiva in percentuale rispetto al Pil nell’UE-28 e nell’AE-19 è diminuita tra il 2006 e il 2007 ed è poi aumentata bruscamente tra il 2007 e il 2009 fino a raggiungere nel 2009 il 50,3 % del Pil nell’UE-28 e il 50,6 % del Pil nell’AE-19.

    La quota più elevata della spesa pubblica nell’UE-28 nel 2014 riguardava la redistribuzione del reddito sotto forma di trasferimenti sociali in denaro o in natura.
    La retribuzione dei dipendenti rappresentava il 21,4 % della spesa pubblica nell’UE-28.

    Dunque con circa il 50% della spesa pubblica rispetto al PIL, mi sembra di una falsità estrema dichiarare e scrivere che gli italiani sono sottoposti ad un regime economico di tipo liberale o liberista.

    http://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/Government_finance_statistics/it


    1. Forse il mio intervento lo poteva far pensare, ma io non ho detto e non volevo dire che la UE sia un instituzione neoliberista. Volevo solo criticare l’articolo di Nicola Rossi, che, invece, lo è. Dici, giustamente, che il livello di tassazione e di spesa pubblica in Italia è tutto il contrario di ciò che un liberista si auspicherebbe. Anch’io sono di questo avviso (cioè che la UE e l’Italia non siano governati da un regime liberista). Ritengo, però, che proprio il liberismo sia stato usato a mo’ di paravento per creare un regime autoritario il cui fine (mi) sembra sia l’accentuare e forse rende irrimediabile il divario tra le classi sociali ricche e quelle povere mediante l’annientamento dela classe media.


      1. Posto che siamo d’accordo nel ritenere il sistema economico italiano e, più in generale quello europeo, tutto fuorché di tipo liberista, io mi sento di aggiungere, da NON ECONOMISTA, che secondo me, il problema deve essere inquadrato in quella che il Direttore chiama globalismo.
        E’ stato il mercato unico mondiale che ha aperto problemi di concorrenzialità con i nostri prodotti.
        Vedi Cina, per dirne una.
        Questo fa scendere la nostra competitività rispetto ai prodotti di altri stati, come appunto la Cina, dove gli stessi prodotti per unità di prodotto, sono venditi alla metà del costo di produzione italiano.
        E, sul costo di produzione pesano, in primis le materie prime, delle quali l’italia è priva ( leggasi : petrolio,gas naturale carbone ecc.ecc) e dunque, in definitiva il costo del lavoro.
        Per vincere la concorrenza globale, l’unico elemento da comprimere ( non che io sia d’accordo) non rimane che il costo del salario.
        La mancanza di competitività, è il vero problema, nel mercato globale.
        (Tremonti l’aveva visto con largo anticipo)
        Si perde competitività sul mercato esterno ed interno e dunque si aggrava la crisi del mercato stesso che poi è una crisi economica.
        I primi – ovviamente – a soffrirne, sono i cittadini del ceto medio, per ovvie ragioni che è superfluo elencare.
        Se si agisce sulla svalutazione dell’€uro per competere, si soffre per l’acquisto delle materie prime.
        E, questo incide nuovamente su costo di unità di prodotto.
        Questo – penso – sia il succo del discorso di Nicola Rossi.
        In un sistema capitalistico globale, l’unico modo, io penso, per essere competitivi sia quello che lo Stato si ritiri da molti campi economici non essenziali.
        Ne cito uno a caso: i trasporti locali.

  4. Emilio

    Questi dati sono sciocchi: vorrei sapere quanto pagano di tasse le grandi multinazionali. I dati che leggevo poco tempo fa indicavano cifre irrisorie.
    Il sistema europeo e’ liberista nella sua stessa genesi: serve a bloccare le richieste dei salariati imponendo un vincolo esterno.
    Il sistema europeo e’ liberista nella fondazione della banca centrale, il cui unico scopo e’ LA STABILITA’ DEI PREZZI. Neanche la Fed americana era arrivata a tanto, dato che ha insieme a questo scopo, quello della piena occupazione. Ovviamente sono fini in contraddizione fra di loro ma almeno e’ citato.
    Quanto alle tasse ricordo che e’ stato un liberista dei noiantri ad aumentare le tasse: MARIO MONTI. Questo, non perche’ ha disconosciuto la sua povera teoria economica (la Bocconi andrebbe chiusa) ma perche’ doveva (come disse apertamente) distruggere il mercato interno per guadagnare competivita’ in quello estero. Cioe’, in altre parole, bloccare l’inflazione in Italia (la stabilita’ dei prezzi pari a quella crucca) e far svalutare i salari, rispettivamente. Quest’ultimo scopo, come ricordo’ anche Padoan (citato anche nel testo), e’ creato dall’ assenza della svalutazione del cambio nell’eurozona.
    Ecco perche’ e’ un sistema liberista, anzi ordoliberista. Si e’ dimenticata totalmente la lezione di Keynes: e’ la domanda che crea l’offerta non il viceversa e quindi ora vedrete collassare il sistema bancario italiano. Contenti voi, cari liberisti.


  5. Caro Dott. Copertino,
    la ringrazio per l’apprezzamento. Vorrei qui commentare un particolare del suo articolo. Mi sembra che, nella “scrematura” che ha fatto degli interventi dell’inserto di Libero, abbia scelto molti “pentiti” dell’Euro. Su alcuni di essi, e in particolare mi riferisco ad Attali, ho qualche dubbio di onesta morale. E’ forse sbagliato fare il processo alle intenzioni, ma se è vera, come ritengo, la frase : “Cosa credeva la plebaglia Europea, che l’euro fosse stato fatto per loro?” pronunciata da questi, significa che dietro al costruzione dell’Euro c’è stato un piano ben preciso ed egli dovrebbe giustificare una tale affermazione. Altrimenti il suo “ravvedimento” mi sembra sia un voler saltare sul carro dei vincitori ora che il sistema che ha contribuito a creare comincia a scricchiolare.

  6. Luigi Copertino

    Caro Emilio,
    hai detto esattamente la verità. Condivido le tue osservazioni e penso che solo i ciechi – anche su questo sito – possono ancora credere alla favola dell’Italia “Stato socialista” perché la tassazione è alta. A nessuno piace la tassazione oltre il necessario. I fabulatori e gli affabulati non tengono affatto conto che l’alta tassazione italiana è dovuta, non al costo dei servizi pubblici pur dipendente nelle forniture dai prezzi di mercato, ma all’aumento inusitato, dal 1981 in poi, dei tassi di interesse che lo Stato, privato del controllo sulla sua Banca Centrale, è costretto a pagare – attenzione! – non ai cittadini, come avveniva un tempo quando i bot circolavano all’interno, ma ai fondi transnazionali di “investimento” (rectius di “speculazione”) ossia ai cosiddetti mercati finanziari. Le alte tasse hanno la funzione di “servire il debito pubblico” ovvero pagare gli strozzini internazionali, non quella di assicurare servizi pubblici. Lo dico anche per esperienza: si fa sempre più fatica a reperire risorse per assicurare basilari servizi pubblici, come ad esempio il trasporto dei disabili a scuola, mentre le uniche risorse disponibili o sono quelle dei fondi europei (che significa dipendere completamente dalla UE la quale restituisce meno di quello che l’Italia da in contribuzione) o sono quelle dell’indebitamento verso prestatori privati, che si cerca di ridurre contraendo la spesa sociale e quindi l’erogazione dei servizi pubblici. Questo è il liberismo, come hai ben spiegato anche tu. E’ il vincolo esterno per strozzare i salari, è il vincolo esterno per disciplinare i bilanci che sembra una bella cosa ma poi si traduce in tagli alla spesa sociale a tutto vantaggio esclusivamente del capitale multinazionale non tassato e libero nelle sue decisioni di delocalizzare lasciando una scia di disoccupazione. Non sopporto più gli ingenui che si mettono al servizio di queste strategie e leggono i dati con gli occhiali delle “fake news” del potere globalista.

    Caro Leonardo,
    grazie. Per quanto riguarda la “scrematura” in realtà ho solo riportato quanto pubblicato da Libero. Che Attali sia quell’infingardo da te segnalato è vero e molto probabilmente il suo più che un pentimento è quasi una affermazione di soddisfazione per l’obiettivo raggiunto (ma vai a spiegarlo a chi si ostina ad usare gli occhiali del liberismo …! Fatica inutile perché non c’è sordo migliore di chi non vuol sentire).

    A presto.

    Luigi Copertino


  7. In questo sito, si posso leggere anche delle bischerate ma per fortuna, i dati sono li a smentirle.

    I Tassi sul debito pubblico italiano, sono da anni in costante diminuzione.

    Dunque non è affatto vero che tutto dipende dal costo del debito pubblico. Anzi, proprio il contrario.

    Il MEF, pubblica – per chi volesse leggere – i dati statistici dagli anni 90.
    Nel 1990 il Tasso medio di interesse dei titoli di Stato era del 12,73 % dove, il Tasso nominale massimo dei BOT annuali era del 13,16%.

    Nel 2015, il Tasso medio di interesse dei titoli di Stato era dello 0,70.
    Il Tasso medio di interesse dei titoli decennali del
    Tesoro del B.T.P. 10 anni era del 1,70%.

    Il decennale oggi è sotto l’1,50%.

    Io capisco che qualcuno non è abituato a maneggiare con le obbligazioni ma se ne faccia una ragione.

    Sono 26 anni che tutti gli italiani pagano meno il debito pubblico e non ostante questo, il debito pubblico cresce.

    Il Debito pubblico italiano, è sempre in costante aumento, dall’Unità d’Italia.

    Nel 1861 era di 1,67 milioni di €uro , nel 2012 pari a 1.988.658,00 di €.
    [ vedasi grafico : https://www.blia.it/debitopubblico/grafico2012.png ]

    Ad Ottobre 2016 era attestato a 2.223.770 milioni di €uro

    Come dimostra il grafico, l’Euro moneta non ha inciso minimamente nella crescita del debito pubblico.

    Ripetendo ancora una volta,per i duri di cervice, quando la spesa pubblica si attesta a circa il 50% del PIL mi riesce difficile credere di vivere in uno stato liberale.

    Chiamatemi quando lo Stato si occupa solo di giustizia,difesa interna ed esterna.

    Tutto il resto > socialismo reale!!!!

    1. Emilio

      Caro Rossi,
      nello stato ci sono cosette non da poco: la sanita’, l’educazione. Noi tutti paghiamo per dei servizi. Che siano ben gestiti o no, e’ questione di metterli in confronto con altri sistemi che lei crede liberisti. Tra questi c’e’ il sistema americano della sanita’, che per l’ocse, e’ agli ultimi posti. Alti costi dei servizi che lo rende effettivo solo per i super ricchi. Per tutti gli altri: crepate. Magari lei e’ benestante e se ne sbatte di avere una sanita’ che e’ considerata dall’ocse la seconda nel mondo. In un certo senso mi ricorda il tacchino prima del thanksgiving.
      Ancora non riesce a comprendere le dinamiche dell’euro?? Ma perche’ non si bagna di umilta’ e tenta di studiare seriamente l’economia, invece di ripetere le storielline liberiste? un debito di 10000 euro e’ tanto o poco? Forse la pesantezza di un debito dipende dalla capacita’ economica di ripagarlo attraverso un futuro guadagno? In termini assoluti, tutta l’economia ha poco senso . Dopo che le ho fatto notare la sciocchezzeria del 50 % di inflazione, ora ci inonda di dati che da soli hanno poco senso. Ora vada a leggersi il suo Giavazzi e forse comprendera’ che il sistema europeo e’ al collasso per colpa del DEBITO PRIVATO, non per colpa del DEBITO PUBBLICO. Questo perche’, se vuole vederlo dal punto di vista liberista, quando le cose costano poco, come i tassi d’interessi nel caso specifico, si tende ad abusarne.
      Il sistema europeo e’ liberista nelle sue fondazioni, si basa sulla concorrenza, blocca gli stati dal fare politiche industriali (basta guardare quei due cretini al ministero dell’industria e dell’educazione in Italia), spinge alle privatizzazioni selvagge, liberizza i mercati del lavoro schiavizzando i popoli e detassa le grandi multinazionali. Lo chiami come vuole, ma questo e’ il liberismo bellezza.

  8. Luigi Copertino

    Dedicato a chi da del bischero agli altri ma poi dimentica che J.P. Morgan tifava per la riforma costituzionale di Renzi in quanto le costituzioni dei Paesi euro-mediterranei sono troppo “socialiste” (giusto per ricordare a costui da dove provengono le sue idee e sopratutto dove portano … e per misurare il grado della nostra reciproca “bischeranità”).

    Nel 1980 il rapporto debito/Pil era al 59,70%, tra il 1981 ed il 1993 passa dal 59,70% al 124,30%, dal 1994 al 2006 – per effetto iniziale della fiducia dei mercati finanziari nell’euro – scende dal 120% al 107% per riesplodere di nuovo dal 2007 ad oggi, con la crisi e la sfiducia, indotta da Deutsche Bank o meno, dei mercati nell’Italia ed a causa della contrazione del Pil per le politiche di austerità eurocratiche, oltre il 120%.

    Cosa è accaduto nel 1981, anno della prima impennata, fino all’apparente discesa per effetto apparente dell’euro, del debito pubblico? E’ intervenuto quel divorzio tra Banca Centrale e Tesoro che, sebbene gradualmente nel corso di un decennio, ha esposto lo Stato al ricatto del tasso di interesse esterno, sempre più alto, dei mercati finanziari costringendolo a tagliare il welfare ed i salari ed ad aumentare le tasse per “servire il debito” ossia pagare gli strozzini.

    Le vere cause del debito pubblico italiano
    Pubblicato da keynesblog il 31 agosto 2012 in Economia, Italia

    Dal 1981 la Banca d’Italia, per decisione di Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi, ha smesso di monetizzare il debito pubblico che è schizzato alle stelle. Una storia che si è ripetuta, amplificata, con l’Euro e la BCE.

    di Domenico Moro da Pubblico

    In questi giorni la stampa tedesca ha attaccato con forza Draghi. Sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, Holger Steltzner, lo ha accusato di voler trasferire alla Bce i metodi della Banca d’Italia. Questa sarebbe al servizio dello Stato, di cui alimenterebbe le casse. Se ora la Bce finanziasse i debiti statali acquistandone i titoli, scatenerebbe l’inflazione e aggraverebbe la crisi dell’eurozona.

    Come ha fatto notare anche il Sole 24ore, le critiche di Steltzner alla Banca d’Italia sono infondate. A partire dal 1981 la Banca d’Italia ha “divorziato” dal Tesoro e non è più intervenuta nell’acquisto di titoli di Stato. Ciò che non viene detto, però, è che quella lontana decisione contribuì a produrre non solo l’enorme debito pubblico ma anche il primo attacco ai salari. L’attuale debito pubblico italiano si formò tra gli anni ’80 e ’90, passando dal 57,7% sul Pil nel 1980 al 124,3% nel 1994. Tale crescita, molto più consistente di quella degli altri Paesi europei, non fu dovuta ad una impennata della spesa dello Stato, che rimase sempre al di sotto della media della Ue e dell’eurozona e, tra 1991 e 2005, sempre al di sotto di quella tedesca.

    Nel 1984 l’Italia spendeva – al netto degli interessi sul debito – il 42,1% del Pil, che nel 1994 era aumentato appena al 42,9%. Nello stesso periodo la media Ue (esclusa l’Italia) passò dal 45,5% al 46,6% e quella dell’eurozona passò dal 46,7% al 47,7%. Da dove derivava allora la maggiore crescita del debito italiano? Dalla spesa per interessi sul debito pubblico, che fu sempre molto più alta di quella degli altri Paesi. La spesa per interessi crebbe in Italia dall’8% del Pil nel 1984 all’11,4%, livello di gran lunga maggiore del resto d’Europa. Sempre nello stesso periodo la media Ue passò dal 4,1% al 4,4% e quella dell’eurozona dal 3,5% al 4,4%.

    Nel 1993 il divario tra i tassi d’interesse fu addirittura triplo, il 13% in Italia contro il 4,4% della zona euro e il 4,3% della Ue. La crescita dei debiti pubblici dipende da molte cause, soprattutto dalla necessità di sostenere le crisi e la caduta dei profitti privati che, dal ’74-75, caratterizzano ciclicamente i Paesi più avanzati. Tuttavia, è evidente che politiche sbagliate di finanza pubblica possono rendere ingestibile la situazione del debito, come è avvenuto in Italia. Visto che l’entità dei tassi d’interesse sui titoli di stato, ovvero quanto lo Stato paga per avere un prestito, dipende dalla domanda dei titoli stessi, l’eliminazione di una componente importante della domanda, quale è la Banca centrale, ha avuto l’effetto di far schizzare verso l’alto gli interessi e, quindi, di far esplodere il debito totale.

    Inoltre, la mancanza del cordone protettivo della Banca d’Italia espose il nostro debito alle manovre speculative degli investitori internazionali. Fu quanto accadde nel 1992, quando gli attacchi speculativi alla lira costrinsero l’Italia ad uscire dal Sistema monetario europeo e a svalutare. Insomma, non solo Steltzner ha torto riguardo alla Banca d’Italia, ma è il principio stesso dell’“autonomia” della Banca centrale, da lui tanto tenacemente difeso, ad aver dato per trent’anni in Italia gli stessi risultati negativi che ora sta producendo nell’eurozona.

    Ci si potrebbe chiedere a questo punto quale fu la ragione del divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro. Ce lo spiega il suo autore, l’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta. Uno degli obiettivi era quello di abbattere i salari, imponendo una deflazione che desse la possibilità di annullare “il demenziale rafforzamento della scala mobile, prodotto dall’accordo tra Confindustria e sindacati”. Infatti, nel 1984 con gli accordi di San Valentino la scala mobile fu indebolita e nel 1992 definitivamente eliminata. Anche oggi, come allora, le presunte “necessità” di bilancio pubblico sono la leva attraverso cui ridurre il salario, in Italia e in Europa. Con la differenza che oggi l’attacco si estende al salario indiretto, cioè al welfare.


  9. Mah, certo che uscire dall’Euro non sarebbe indolore ma almeno offrirebbe qualche possibilità rispetto a rimanere in un sistema monetario che non fa che aumentare il nostro debito e a parassitare la nostra economia a favore di quella tedesca. Voglio dire, se mi trovo al terzo piano di un edificio e nei piani inferiori è scoppiato un incendio io preferisco saltare e tentare la sorte piuttosto che rimanere con certezza a morire asfissiato o arrosto.
    Meglio riprendersi in mano il proprio destino, costi quel che costi piuttosto che lasciare le redini ad entità esterne che in tutto hanno interesse meno che nel benessere dei paesi mediterranei.
    Sono perfettamente d’accordo sull’analisi della posizione tedesca, purtroppo la Germania protestante ragiona così: Ci sono mille modi per fare una cosa, il nostro, quello giusto, e 999 sbagliati.
    Questo fa pensare che uscire dall’Euro non sia sufficiente ma si debba proprio uscire dalla UE, poi ripensiamola ma tutti assieme perchè se la lasciamo ripensare ai tedeschi faranno una copia esatta di questa, com’è universalmente noto non brillano in fantasia.
    Se proprio volessimo far bene davvero bisognerebbe uscire anche da WTO, da ONU e da tutte le organizzazioni internazionali e ricostruirle su basi totalmente diverse.
    Il problema economico è grave e brucia ma io penso che il problema politico stia al di sopra di questo e se non si risolve il problema politico non servirà risolvere quello economico.
    Purtroppo il problema politico è irrisolvibile perchè la politica è figlia della morale e la morale è morta.

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