OSCAR ROMERO come DON CAMILLO

Leggendo la biografia di Oscar Arnulfo Romero y Galdamez scritta dallo storico, e postulatore della causa di beatificazione, Roberto Morozzo della Rocca (edizioni San Paolo) molti luoghi comuni vengono sfatati. L’arcivescovo salvadoregno fu accusato da destra di essere comunista e da sinistra di essere reazionario. Invece era un vescovo saldamente tradizionalista formatosi sotto il pontificato di Pio XI (che egli riteneva il miglior papa del XX secolo). Avendo studiato negli anni ’30 a Roma, prima come sacerdote e poi come vescovo rivendicò sempre, fino alla morte, la sua romanocentricità. Per tutta la vita dichiarò, anzi urlò, la assoluta fedeltà a Pietro, al Vicario di Cristo.

I suoi scritti sono tutti veri e propri compendi della dottrina cattolica esposta secondo gli schemi tipici del tradizionalismo cattolico, preconciliare, con tanto di ammonizioni contro la sovversione liberale, massonica e comunista. Il cliché, da lui usato nella sua attività teologica e pastorale, era quello dell’apologetica antimodernista preconciliare. Dai suoi scritti si scopre un vescovo del tutto diverso dal presunto teologo della liberazione della vulgata mediatica. Dopo il Concilio Vaticano II, senza rotture con le posizioni teologiche di sempre, adattò il suo al nuovo linguaggio pastorale. Ma non la sostanza della fede e del suo magistero episcopale, che rimase inalterata.

Sicché le sue condanne delle condizioni di miseria e sfruttamento che le classi ricche del Salvador imponeva alla maggioranza della popolazione e la sua lotta per la giustizia sociale – per la quale fu assassinato, in odium fidei,nella capitale salvadoregna il 24 marzo 1980, da un cecchino degli “squadroni della morte” ossia dai gorillas al soldo dei latifondisti e della Cia, mentre diceva Messa, anzi mentre elevava al Cielo il Sacramento dell’Altare – non erano affatto cosa diversa dalla lotta contro il liberalismo e il pericolo massonico ingaggiata sin dai tempi della sua formazione sacerdotale, precedenti il Concilio Vaticano II: ne erano, semplicemente, lo sviluppo coerente.

Anche nei confronti della teologia della liberazione (alla quale egli opponeva una teologia della salvazione integrale) era critico perché vedeva in essa una politicizzazione della fede che eliminava la soprannaturalità del Cristianesimo. Una critica del tutto in linea, dunque, con le ragioni teologiche che portarono alla condanna di quella teologia ma anche al recupero delle ragioni caritative, concettualmente distorte, dalle quali essa pretendeva di dipendere laddove invece nascondeva l’ideologia marxista sotto forme apparentemente cristiane.

Per questo Oscar Romero non smise mai di essere anticomunista ed anzi, come già ai tempi precedenti il Vaticano Secondo, ripeteva continuamente che il comunismo è figlio del liberalismo ed in quanto tale ne perpetua tutti gli errori. Ma non per questo era cieco e silente – come i catto-cons, adoratori di Mammona, vorrebbero che, di fronte all’ingiustizia sociale, fosse la Chiesa – sullo scempio perpetrato da latifondisti, multinazionali e servizi segreti americani ai danni della sua povera gente salvadoregna. Oscar Romero difendeva, da cattolico fedelissimo alla Tradizione, quei poveri campesinos che anche Papa Bergoglio ha difeso nel suo recente viaggio in America Latina (“Questa economia uccide, è il nuovo Vitello d’Oro, a volte sono corporations, altre volte alcuni trattati di libero commercio o l’imposizione di mezzi d’austerità che aggiustano sempre la cinta dei lavoratori e dei poveri”).

E lo faceva senza ammiccare affatto alla Rivoluzione: l’auspicio di Oscar Romero, nel contesto nel quale si trovò ad operare, era quello di un grande accordo nazionale nella giustizia sociale. Tuttavia Romero non taceva ma gridava ed ammoniva, come da Vangelo, i ricchi che è più facile per una gomena passare per la cruna di un ago che per uno di essi accedere al Regno dei Cieli, se non chiedono la Grazia per trasformare il loro indurito cuore nell’amore ai poveri. Non contento però solo di ammonire, egli operava affinché si aprissero spiragli per le necessarie e giuste riforme sociali (non certo del tipo di quelle che oggi l’Eurogermania impone a tutti in Europa!) e per salvaguardare la pace civile (non a caso nel suo Paese la guerra civile deflagrò solo dopo il suo assassinio).

I militari e le forze conservatrici salvadoregne usavano riempirsi retoricamente la bocca con il termine “Patria”, utilizzato in chiave anticomunista ma filo-capitalista. Tuttavia questa idea di “Patria” non è né veramente cristiana né autenticamente nazionale. C’è uno scritto di Romero nel quale la “Patria” è considerata tale solo se è la patria di tutti, la Patria del popolo, di tutto il popolo nelle sue diversificazioni e non quella che appartiene solo a pochi affaristi e latifondisti. Una idea di patria, questa di Oscar Arnulfo Romero, molto simile, per restare in ambito linguistico ispanico, a quella descritta negli scritti di José Antonio Primo de Rivera, il fondatore della Fe de la jons (poi strumentalizzato e tradito da Francisco Franco, un nazional-conservatore più vicino ai militari salvadoregni che al “nacional-sindicalismo” del primo ed autentico falangismo joseantoniano).

Lo stesso Giovanni Paolo II, che intento da Roma a reprimere la teologia della liberazione non ne aveva capito subito la grandezza e santità, quando visitò El Salvador, infrangendo tutti i protocolli che imponevano, per ragioni prudenziali, di evitare qualsiasi ricordo pubblico di Romero, ordinò che l’auto papale cambiasse strada e si fermasse nel luogo di sepoltura dell’arcivescovo martire. Qui pregò sulla sua tomba e pubblicamente disse – affinché i guerriglieri marxisti ed i militari al soldo statunitense udissero bene – “OSCAR ROMERO E’ NOSTRO, APPARTIENE ALLA CHIESA CATTOLICA ROMANA!”.

«Il servizio sacerdotale della Chiesa di Oscar Romero ha avuto il sigillo immolando la sua vita, mentre offriva la vittima eucaristica»: con queste parole Papa Wojtila ricordò Romero, durante il Giubileo del 2000, in occasione della “celebrazione dei nuovi martiri della Chiesa cattolica”.

Cristianamente non c’è Tradizione senza Giustizia, non c’è Verità senza Carità (e viceversa). Le cose che, in tema di Dottrina Sociale, dice oggi Papa Bergoglio sono le stesse di sempre. Si rinvengono in tutti i pronunciamenti sociali dei Papi precedenti, negli scritti di molti santi di tutti i tempi, negli scritti dei Padri della Chiesa, ed innanzitutto nella Scrittura, sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento. Se un Papa latinoamericano viene a ricordarcelo non ci dovrebbe scandalizzare affatto.

Giovannino Guareschi era un grande scrittore cattolico, non certo catto-comunista. Patì il lager nazista come anche le patrie galere per una equivoca faccenda di memoriali, dalla più che dubbia autenticità, che accusavano Alcide De Gasperi di aver sollecitato bombardamenti alleati. Guareschi, sia con i suoi scritti giornalistici sia con le sue illustrazioni cartellonistiche, contribuì alla sconfitta dell’alleanza socialista-comunista nelle elezioni del 1948. Uno vignetta da lui pubblicata su una rivista, della quale era direttore, subito dopo quelle elezioni, raffigura un operaio che, infreddolito e mal messo nel suo cappotto sdrucito, si reca in fabbrica mentre il suo padrone, ben vestito ed al caldo della sua auto super lusso, gli passa accanto fumando un vistoso sigaro: la didascalia, sotto il disegno, recitava rivolta al padrone “Ed adesso devi pensare anche a lui!”.

Il più noto personaggio guareschiano è don Camillo, cinematograficamente impersonato dall’indimenticabile Fernandel. In uno dei racconti più belli di Guareschi, che lo hanno per protagonista, don Camillo mentre contende con l’amico/nemico e sindaco comunista Peppone (filmicamente animato da Gino Cervi), che lo onora dell’epiteto di “prete della reazione”, caccia dal tempio, come Cristo i mercanti, i possidenti, suoi parrocchiani, chiusi alle rivendicazioni dei contadini per un più giusto salario. Don Camillo diventa per questi proprietari terrieri, gelosi dei loro latifondi, che ipocritamente ogni domenica presenziano a Messa, certi di avere nella Chiesa un baluardo per i loro interessi materiali, il “prete bolscevico”.

Nel racconto, in questione, il conflitto degenera perché lo sciopero mette a rischio di morte le mucche non munte. Saranno poi i due amici/nemici, don Camillo e Peppone, nottetempo ed insieme, a mungere l’intera stalla salvando un inestimabile patrimonio zootecnico. Perché don Camillo e Peppone, nel racconto dello scrittore emiliano, rappresentano quel genere di uomini saggi che comprendono l’economia reale, produttiva, e le sue necessità ed operano affinché i produttori, imprenditori e lavoratori, uniscano le forze in un comune sforzo ma all’insegna della Giustizia sociale e quindi dell’equa ripartizione degli utili tra datori di lavoro e lavoratori. Certo, il conflitto sociale ci sarà sempre ed è, stante l’imperfezione umana, quasi connaturato ai rapporti di produzione. Ma è possibile anche comporlo, benché sempre dinamicamente e mai staticamente. Comporlo però significa anche e prima di tutto farsi carico del problema, etico prima che politico, della Giustizia e dell’equità distributiva.

Nel racconto guareschiano i proprietari guardano a don Camillo come al rappresentante di una Chiesa ritenuta baluardo dell’ordine sociale di Mammona e come tale la frequentano. Esattamente come facevano i ricchi sinedriti del Tempio a Gerusalemme. Gli insorgenti antigiacobini non erano però della stessa idea dei ricchi proprietari del loro tempo quando imbracciavano le armi per difendere i diritti di Dio e della Chiesa, i loro monarchi settecenteschi che li proteggevano dagli arroganti abusi dei feudatari e della nobiltà, e per la tutela di quegli istituti redistributivi, come gli usi civici e le terre comuni di villaggio, che nei secoli cristiani avevano consentito anche ai poveri di sfamarsi. Orbene, alla fin fine don Camillo ha più simpatia per il suo Peppone, il quale pur nominalmente comunista e “trinariciuto” è, in fondo, un buon cristiano, che per i latifondisti.

Nessun cristiano, che sia degno del nome che porta, può davvero, alla fin dei conti, in certe circostanze comportarsi diversamente da Oscar Romero o da don Camillo.

Esiste tra Cristianesimo e comunismo, come pure tra Cristianesimo e liberalismo, un abisso invalicabile ma al tempo stesso è innegabile che le ragioni di giustizia, strumentalizzate dal marxismo, come quelle di libertà, strumentalizzate dal liberalismo, sono originariamente ragioni squisitamente e purissimamente cristiane, anche se Gesù Cristo non ha promesso alcuna palingenesi terrena. Il che però non significa che Lui non abbia additato ai suoi la via della trasformazione anche della “città degli uomini”: ma ci ha rivelato che quella trasformazione per essere vera, autentica, e non una fallace – appunto, per dirla con Papa Bergoglio – accecante ideologia, deve passare per la metanoia del cuore.

Luigi Copertino