SIRI: SUL GIUDIZIO DI DIO E I SUOI CRITERI

IL GIUDIZIO

La seconda ragione per cui Dio chiede a noi la perfezione è perché lui ci giudicherà. Bene inteso, neppure questa è la ragione suprema per cui noi dobbiamo essere perfetti; ma è una grande ragione. Saremo giudicati da Dio, ed è sotto questo profilo che ora dobbiamo brevemente ragionare del giudizio di Dio.  C’è un punto che interessa e che dobbiamo sceverare dagli altri perché è quello il punto più importante. Saremo giudicati da Dio un giorno; ma voi sapete bene che noi siamo continuamente giudicati da Dio: il giudizio di beneplacito o il giudizio di riprovazione Dio lo dà contemporaneamente alla nostra azione. Questo è il punto che talvolta ci sfugge.                                                                                                                                                                    Non è che la valutazione dei fatti nostri se ne vada in quiescenza tanto tempo quanto ci separa dalla morte; no, noi siamo sotto il giudizio di Dio, e dobbiamo sentirci continuamente sotto il giudizio di Dio. poi il giudizio che sia riassuntivo, perché decisivo della nostra sorte, verrà dato al momento della morte. E finalmente il giudizio inquadrante la nostra sorte nell’unitario destino dell’umanità verrà dato al giudizio finale, all’ultimo giudizio, dopo la nostra risurrezione.                                                                                                   Ma quello che a noi interessa ora è di sapere il criterio col quale saremo giudicati. Neppure vi starò a commentare la parabola dei talenti, nella quale Nostro Signore ci ha dato il criterio col quale saremo giudicati. Mi basta richiamarvi che nella parabola dei talenti il criterio del giudizio appare esigentissimo. Dio dà 1 talento e ne vuole 2; ne dà 2 e ne vuole 4; ne dà 5 e ne vuole 10; ossia qualche cosa di più dell’interesse bancario attualmente in uso; Dio domanda il cento per uno. Naturalmente non si deve fare un computo matematico, perché non siamo in sede di computi matematici di quantità; siamo in sede di valori ontologici. A ogni modo l’espressione matematica: Dio domanda il cento per uno d’interesse è tale da far capire che il criterio è questo.

È inutile che ci si gingilli a pensare che il criterio non sarà duro perché Dio è misericordioso: noi a volte abbiamo la brutta abitudine mentale di opporre una verità all’altra per metterle da parte tutte e due. Si tira fuori a sproposito la misericordia di Dio per mettere a posto la giustizia. Così si fa a meno dell’una e dell’altra, e si fa quel che si vuole; e anche questa è una forma di ipocrisia. Ricordiamoci che il criterio del giudizio di Dio è un criterio duro!

Ma non è neppure su questo che io voglio stamattina attirare la vostra attenzione; il punto è un altro, ed è questo: che il criterio col quale saremo giudicati sia la legge di Dio, è vero, e il modo con cui saremo giudicati sia la legge di Dio, è vero, e il modo col quale saremo giudicati sarà quello del cento per uno; ma il riferimento, cioè il paragone tra noi e qualche altra cosa, verrà fatto su che cosa? Nello stendere la legge alla quale dobbiamo uniformarci e sulla quale saremo giudicati, Dio stesso ha voluto essere il nostro modello. Dio stesso. È questo che impressiona. E la conclusione la vedete subito: se Dio stesso ha voluto essere il nostro modello, vuol dire che noi dobbiamo essere perfetti. Non ci ha dato un altro modello, ma ci ha dato se stesso.                                                                                                                                                            Io non starò a tratteggiarvi una coreografia del giudizio particolare, perché tutti gli elementi di fantasia sarebbero elementi di simbolo, ossia noi potremmo richiamare tutte le cose più terribili che in materia si possano immaginare, a proposito di giudizio, ma per dire: badate che questi elementi terribili appaiono nella condizione umana che possiamo farci del giudizio; immaginatevi che cosa sarà il giudizio di Dio nella realtà!                                                                                                                                                                                          Potrei incominciare a parlare di Edipo che, quando scopre quello che è e si sente sottoposto al giudizio dei suoi figli, dei suoi stessi figli, si strappa gli occhi, e ricordarvi il terribile cantico del coro col quale la celebre tragedia finisce.  Tragedia che può dare il senso di che cosa voglia dire per un padre essere giudicato dai suoi figli. Ed essere giudicato da Dio? altro che essere giudicato dai propri figli!                                        Io potrei stare a costruire tutti questi elementi, ma dovrei dire: guardate che sono tutti elementi metaforici, cioè non descrivono un bel niente; se qui è tanto di la che sarà? Ma io qui dovrei fermarmi, perché quando si tratta di parlare di cose che stanno al di là del muro è meglio non dire troppo; quando le cose che noi abbiamo sperimentate direttamente le sappiamo soltanto per divina rivelazione o le sappiamo per deduzione intellettuale da principi a noi noti, la fantasia è meglio lasciarla un po’ stare. Voi siete tutta gente che non ha bisogno di essere sollecitata troppo dalla fantasia, avete tutti studiato, e pertanto non posso farvi la catechesi e andarmi a raccomandare agli elementi di sentimento; io non ho bisogno di mettervi paura con ombre vaganti, con strumenti di tortura. Quello invece che è serio nel giudizio di Dio è che il modello è lui.

Allora ragioniamo un po’ su questo modello che è lui. Vedete, c’è, così, grosso modo, una distinzione simile a quella fra l’Antico Testamento e il Nuovo. Non è una distinzione che si possa dire perfettamente adeguata e netta, ma in via sommaria è una distinzione che si sostiene, è giusta, ed è questa: nell’Antico Testamento Dio si presenta come modello attraverso le opere sue; sono le opere di Dio che fanno da modello, è la creazione, ed è anche un certo lineamento dell’azione di Dio nella provvidenza della storia. Noi vediamo che i profeti richiamano questo elemento di Provvidenza nella storia; soprattutto Isaia e poi Daniele.                                                                                                                                                                                     Invece nel Nuovo Testamento non è che venga rinnegato il criterio che Dio ci fa da modello con le sue opere, affatto,ma Dio si presenta modello nostro in sé stesso e per sé stesso,, il che del resto è perfettamente in ritmo e segue, direi, l’onda della sua rivelazione divina. Perché nel Nuovo Testamento è Dio in se stesso che si rivela, anche se qualche accenno lontano, accenno lasciato all’acume degli interpreti, viene fatto nell’Antico Testamento. A ogni modo è bene considerare tutte e due le cose. Dio si è presentato, ha presentato come modello delle nostre opere la creazione. Questo del resto ce lo dice San Paolo nel primo capitolo della sua Lettera ai Romani, dove parla della funzione che hanno le creature: le creature hanno una funzione di rivelare agli uomini qualche cosa: Dio ha scritto qualcosa creando, e questo divino scritto deve essere decifrato dagli uomini, essi devono camminare con gli occhi aperti perché in quello che hanno davanti possono benissimo decifrare la indicazione, la volontà e una naturale rivelazione di Dio. Tutte le cose sono un modello, tutte. Perché ogni cosa ci mostra un ordine, anzi in quest’ordine le cose ci battono e ci precedono, perché non essendo libere ma determinate, agiscono sempre con una sufficiente perfezione.                                                                                                                                                                                    Tutte le creature ci danno l’impressione di un ordine grande, di un ritmo che non si smentisce mai, in tutto il ciclo della loro vita. Gli animali non rompono mai la norma, perché anche quando determinati stimoli esterni che gli animali possono liberamente porre li spingono piuttosto in una direzione che in un’altra, si comportano secondo leggi predeterminate. E pertanto l’ordine non viene meno mai.  Certo fa impressione quel volteggiare delle rondini la sera in primavera; poi accade qualche cosa per cui improvvisamente  cessa il loro volare, improvvisamente, come se avessero ricevuto un segno, e tutte ordinatamente si ritirano in un attimo; quella sarabanda di danze sui nostri tetti, davanti alle nostre finestre, cessa di colpo a un determinato momento del crepuscolo; pare che vadano a dire le loro preghiere poi se ne vadano a dormire. Se anche gli uomini facessero così!                                                                                                            Ecco le creature ci parlano di una infinita saggezza e sapienza, ci mostrano un’intelligenza obbiettiva ordinante le cose stesse; e cioè dall’ordine  e dall’effetto ci fanno risalire al disegno, alla causa dell’ordine stesso, ci parlano dell’intelligenza di Dio e sono testimoni di una incredibile luce che, al di là di loro stesse, fatte così diafane, fatte trasparenti come cristalli, esse ci rivelano. È così la intelligenza sovrana, il lume dato, il lume ricevuto e la sostanza delle stesse cose materiali tradotta in termini intelligibili, e non più sensibili, cioè trasformata in una espressione che è fedelissima ed è invece, senza cessare quella sua fedeltà, infinitamente superiore, al di sopra della stessa realizzazione concreta e materiale, sono un continuo ribadire di quanto la luce intellettuale, doverosamente guidata, ragionevolmente nutrita, debba sovrastare alle azioni degli uomini.

Tutte le creature sono appetibili in se stesse, e voi sapete che l’appetibilità è la “bonitas”; la qualità per cui una cosa diventa appetibile è la sua bontà. Le creature per tanto ci rivela la loro bontà, e rivelandoci la bontà ce la insegnano, ce la richiamano, non omettendo di richiamare che la bontà si verifica in esse secondo il grado della loro costituzione, secondo la elevatezza della loro individualità, secondo insomma i limiti della loro natura.                                                                                                                                                                               E parlandoci della loro bontà, ci parlano dell’infinita bontà di Dio. è così che le creature terrene nel momento stesso in cui si fanno conoscere e ci si rivelano all’intelletto attraverso i sensi, in quello stesso istante ci danno un gusto soddisfatto, un piacere, una gioia, ci rivelano la bellezza, perché la bellezza è lo splendore dell’ordine e ha questo particolare effetto di dare il gusto, il godimento nel momento in cui la cosa bella viene conosciuta. La bellezza che viene stemperata per tutto quanto il creato ci parla di Dio, ci parla di una bellezza obbiettiva, e questa bellezza obbiettiva prende il ritmo della prima causa, ci fa ascendere col modello. Il mondo è un modello, il sole col suo sorgere e col suo tramontare è un modello, la luna col suo apparire nella notte, non con la sua volubilità ma con la luce e con quel carattere tipico della sua luce in mezzo alle tenebre, diventa un modello. Le stelle del cielo sono un modello, e gli animali stessi sono un modello, e la natura stessa in tutti i suoi ordini, nel suo fiorire e nel suo sfiorire, con le sue primavere e coi suoi autunni, è tutto un ordine e diventa modello.                                                                                            Dio ha parlato così. E Dio è stato modello così. Guardate che questo mondo che gira intorno a noi è una perenne testimonianza del giudizio di Dio. Perché Dio questo immenso panorama ce l’ha costruito intorno perché imparassimo, perché fosse norma, ispirazione, elevazione e perché segnasse a noi una strada, perché accogliesse con immensa dolcezza i nostri sentimenti e li incanalasse, perché stimolasse con appropriata forza la nostra intelligenza e la guidasse, perché avvolgesse con inimitabile calore la nostra vita e la sostenesse, perché fosse modello.                                                                                                                                                   È cosa grandiosa, certo, è cosa che è stata la vera sorgente d’ogni poesia, per quanto sia stata stemperata e talvolta anche contaminata dall’uomo. Ma con tutto questo, la natura non è ancora il vero modello perché il vero modello ha voluto essere Iddio stesso.

Cerchiamo d’avvicinarci ora al Nuovo Testamento. Noi sentiamo come parla N. S. Gesù Cristo. Un giorno egli fa un discorso: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli…, il quale fa sorgere il sole sui giusti e sugli ingiusti, manda la sua pioggia sui buoni e sui cattivi”. C’è l’affermazione generale e c’è la documentazione particolare. L’affermazione generale: perfetti come è perfetto il Padre vostro che sta nei cieli, termine ultimo, criterio sovrano, il diagramma prestabilito alla nostra volontà. La stessa perfezione del Padre. E poi c’è la documentazione particolare che restringe il campo.                                                                        Guardate la documentazione. Agisce da Signore, Iddio, dà a chi gli porta via: ai cattivi e agli ingiusti dà la sua pioggia, dà il suo sole. Lo stile del Signore è dare anche a chi gli porta via; egli non si impoverisce a dare a chi gli porta via. La magnificenza divina ne troverà un’applicazione grandissima nel Vangelo, la legge del perdono. Che c’è di più grande della legge del perdono? Essa trova una sua eco in quella dottrina del Salvatore, che non è scritta nel Vangelo, ma che San Paolo ha riportato in un suo discorso: essere cioè precetto del Signore Gesù che è più beato dare che prendere. È il rovescio del mondo. È lo stile del Signore: è più beato e più grande dare che prendere. E qui il mondo è servito, perché il mondo è più beato a prendere che a dare; e invece non è vero; questo è lo stile del pitocco; lo stile del Signore è un altro. Ma questo è un esempio della legge, esempio della formulazione generale.                                                                                           Gesù Cristo dice: “Dovete essere perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli” a cui dovete assomigliare. È quello il modello. Ecco un elemento che vi fa assomigliare al modello; agite da signori, non da pitocchi, perché lo stile del Signore è questo: far sorgere il sole tanto sui buoni che sui cattivi, mandare la sua pioggia sui giusti e sugli ingiusti. Del resto Gesù stesso, e qui attenti bene perché c’è una indicazione forte, in un certo momento dirà: “Uno è il vostro maestro, il Padre” e un’altra volta dirà: “Voi mi dite Maestro e Signore, e dite bene, perché lo sono”. È un punto dove si vede che Egli e il Padre sono un unico modello.


“Molti credono di andare avanti e in realtà vanno indietro. Le strade del lassismo non portano mai avanti perché soggiaciamo alla legge del vortice come le tempeste d’alta montagna: si gira in tondo, si crede di camminare e si è sempre allo stesso punto, facilmente mortale. Le sorgenti della forza morale sono le stesse della santità. Nelle cose essenziali non cambiate la rotta».

 

 

 

 

È il richiamo alla dottrina  cui torna con tanta forza nei discorsi delle ultime settimane, registrati nell’Evangelo di Giovanni, dal cap. 9 in poi, la consustanzialità tra il Padre e il Figlio: il Figlio è modello perché consustanziale al Padre, una cosa sola col Padre, e allora si comprende la funzione –bene intesa, in una forma che non è stata mai superata nella teologia degli apologeti del secolo II, quando hanno parlato del Logos, il Verbo che è in Dio stesso – del Verbo ad extra, al di fuori di Dio.                                                                     Si capisce come la incarnazione del Verbo prende, oltre tutti gli altri significati, questo: d’essere la traduzione fatta a uso degli uomini della perfezione di Dio. siccome la traduzione segue il diagramma: Padre, Figlio e Spirito Santo, vuol dire che il modello è la Trinità augusta, ossia è Dio in sé stesso e per sé stesso, non Dio soltanto in quanto Creatore, in quello che può sembrare la sua vita protesa ad extra, fuori di sé, ma nella sua tessa vita intima, dove una è la sostanza trina nelle persone: è Padre veramente, è veramente Figlio, è veramente Spirito Santo. Dio è in sé stesso il modello, ed è perché è modello, lui, nella sua vita intima, che è stata data la grazia agli uomini ed è stata data la verità più piena attraverso la rivelazione, sicché gli uomini conoscessero cose che con l’intelligenza non avrebbero ami potuto raggiungere. Affinché il ritmo fosse pieno, dovevano assimilarsi a Dio, perché chiamati ad essere figlioli adottivi di Dio.

Ora vedete perché ci è domandata la perfezione? Potevano gli uomini pensare che Dio sarebbe venuto in terra con l’incarnazione, atto di traduzione del divino modello rispecchiato in Dio fatto uomo, per essere accessibile così all’intelligenza umana? Per fare una traduzione che non alterasse il testo, c’è stata l’incarnazione; badate bene, qui raggiungiamo uno dei motivi profondi del mistero centrale della nostra fede: perché non si alterasse il testo nella traduzione. C’è stata l’incarnazione perché non accadesse, affidando la traduzione del modello semplicemente alla parola e non al fatto, che la parola restasse lontana, troppo lontana dal modello. Siamo dinanzi al perno della nostra fede; non dimentichiamo che noi abbiamo per modello Iddio, Padre, Figlio e Spirito Santo, e che se c’è una luce alla quale dobbiamo volgerci, non è quella di qualunque faro acceso in questo mondo, è una luce che sta al di là del mondo, e questo spiega perché dobbiamo continuamente la veduta nostra più acuta, fare quel gesto che facciamo coi nostri occhi quando cerchiamo di vedere lontano. Dobbiamo farlo sempre spiritualmente questo gesto. È una abitudine di meditazione, di continua ricerca della verità, di contemplazione, che dobbiamo rendere ordinaria nella nostra vita. Non parlo della contemplazione straordinaria, l’ho già esclusa dal principio, ma di contemplazione ordinaria proprio perché il modello sta oltre. Voi capite che sorta di liberazione per gli uomini sia questa dalle cose che li circondano! perché quello che hanno interno è stimolante, avanguardia del modello di Dio, ma non è il loro modello ultimo; il loro modello ultimo lo hanno solo attraverso la fede, e questa attraverso la rivelazione, e questa nell’incarnazione, con la incarnazione e per l’incarnazione. Per ipsum, cum ipso et in ipso: esattamente come si dice nella Santa Messa, dopo che l’atto sacrificale è stato compiuto.                                                                                                                                                                                                            Il modello è Lui; ma se il modello è Lui, nasce una tale colleganza tra il nostro contegno morale e il divino contegno che non c’è più bisogno di spendere parole per dire che noi o tendiamo alla perfezione o ci mettiamo fuori strada. Per ispum, cum ipso et in ipso.

 

 

 

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