DALLA EUROAMERICA ALLA GEUROPA: NOTE SULLO SCONTRO GEOPOLITICO TEDESCO-AMERICANO. Di Luigi Copertino – Parte prima.

DALLA EUROAMERICA ALLA GEUROPA: NOTE SULLO SCONTRO GEOPOLITICO TEDESCO-AMERICANO. Di Luigi Copertino – Parte prima.

lug 26, 2017

PREMESSA

I nostri sono tempi di transnazionalità, di mercato globale, di liberalizzazioni su scala mondiale, di abbattimento di frontiere e di dissolvimento delle identità. Tempi di capitalismo finanziario ossia apolide, di finanza volatile e senza radici territoriali o nazionali. Sono i tempi, già intravisti da Pio XI, dell’“imperialismo internazionale del denaro” (Quadragesimo Anno, 1931). Tutto questo è assolutamente innegabile.

Eppure, nonostante il globalismo, i nazionalismi continuano ad aver un peso tutt’altro che secondario. E dicendo “nazionalismi” non ci riferiamo ai tanto vituperati populismi, che piuttosto sono reazioni popolari difensive contro il capitale apolide, ma ci riferiamo alle politiche mercantiliste ed economicamente aggressive praticate, dietro il paravento delle istituzioni sovranazionali, dagli Stati più forti anche a danno dei presunti partner, ‘sì da farne nazioni vassalle e colonie pur nel rispetto formale della loro sovranità.

L’esercizio, più o meno brutale, dell’egemonia politico-economica da parte delle nazioni più forti è una costante storica mai venuta meno, neanche con la democratizzazione del Politico. Anzi, per certi versi, la modernità ha reso ancor più evidente, nel contrasto con i principi retoricamente invocati di libertà ed eguaglianza, le pratiche di dominio ed egemonia dei più forti sui più deboli. Ogni epoca della storia ha conosciuto forme di egemonia, di un tipo o dell’altra. L’imporsi di supremazie politiche ed economiche, di casta, di classe o nazionali è un dato costantemente riscontrabile lungo i secoli ed a tutte le latitudini.

La tendenza all’egemonizzazione è connaturata alla tentazione egoica che alberga, triste eredità post-edenica, nel cuore degli uomini e dei popoli. La riflessione filosofico-politica di Machiavelli prese avvio dal riconoscimento di questo dato di fatto. Nel suo orizzonte di totale pessimismo egli, da pagano, non vedeva alcuna luce di speranza e di redenzione per l’uomo.

Dal canto loro i pensatori elitisti – non solo il liberale, liberista e darwinista Wilfredo Pareto ma anche il socialista e poi fascista Robert Michels o l’antifascista Gaetano Mosca – ci hanno ricordato che nel mondo, nell’immanenza, le differenze esistono e sono, appunto, naturali sicché negarle è andare contro natura.

Quel che i Pareto, i Michels ed i Mosca non hanno, però, compreso è che le differenze di natura non sono state volute per stratificare una gerarchia dell’egemonia e dell’oppressione ma, in origine, nel disegno di Colui che il mondo ha fatto, sono state pensate per la composizione armonica del molteplice nell’Uno, che significa partecipazione ontologica dell’Uno al molteplice in una sinfonia nella quale a ciascuno sarebbe stato dato il suo nella Giustizia fondata sull’Amore. Il tentativo di autodeificazione dell’umanità ha rovesciato la sinfonia dell’armonia originaria nel caos particolaristico che, poi, ha giustificato la supremazia hobbesiana del Potere auto-normativo ossia privo di Auctoritas e di Veritas e quindi, in concreto, le egemonie sociali o nazionali.

Il cristiano non nega le differenze naturali, sapendole in origine buone ma, essendo egli un realista, sa molto bene che il mondo è segnato dal male, immessovi non certo dal Creatore quanto dall’uomo nella sua tentazione auto-centrica, e per questo guarda con disincanto ai tentativi umani, ossia immanentisti, di unificazione politico-economica come a tentativi “babelici” destinati inevitabilmente a naufragare, perché l’Unità, quella vera, quella della quale la Chiesa è segno visibile, è conseguibile, nel rispetto pertanto delle differenze di natura che restano, soltanto sul piano della Trascendenza mentre la Pace, quella vera, quella innanzitutto del cuore, e non quella del mondo, la può dare solo Cristo Re.

Per queste ragioni l’opzione del cristiano, sul piano politico mondano, è sempre per il pluralismo, esistente in natura, contro i tentativi totalitari e leviatanici, compresi quelli mercantilisti, della reductio ad unum intesa come tabula rasa delle differenze. Pluralismo che può e deve trovare punti di mediazione e convergenza – onde ridurre al minimo i conflitti e conseguire una pur sempre umanamente instabile pace “giusta” – per via politica e diplomatica ma che trova vera unità solo in una prospettiva trascendente, quella incarnata dalla Chiesa mediante la quale, che è come dire mediante Cristo Dio-Uomo, i popoli tutti sono stati chiamati, differenti e plurimi per natura, all’universalità dell’Alleanza tra Dio ed il patriarca Abramo.

Questa premessa serve per meglio comprendere, anche sul piano metafisico, il percorso storico che ha portato all’attuale assetto dell’Unione Europea, che, a dispetto degli ideali “cristiani” che muovevano i suoi padri fondatori da Alcide De Gasperi a Konrad Adenauer e Robert Schuman, è un assetto politicamente ed economicamente gerarchico nonostante tutta la retorica egalitaria ed umanitaria che ha accompagnato, da sempre, sin dai suoi esordi, la narrativa europeista.

IL PROBLEMA STORICO DELLA GERMANIA

Data la sua posizione mitteleuropea e la sua forza politica ed economica, la Germania, almeno dal progressivo dominio prussiano avviato dal XVIII secolo, è stata chiamata ad un ruolo di egemonia europea che essa, nel secolo scorso, per ben due volte ha interpretato in senso bellico. Non per sua esclusiva responsabilità – sia chiaro! – ma anche per corresponsabilità dei suoi antagonisti, la Francia e l’Inghilterra.

Il problema storico della Germania, tuttavia, sta non da oggi nella sua incapacità ad aggregare i popoli in una unità più vasta con tendenze alla compensazione, se non alla composizione, dei conflitti. Se l’imperium, come osservava Ortega y Gasset a proposito della Roma antica, è chiamare i popoli a fare qualcosa di grande assieme, ben può dirsi che questo tipo di imperium è ignoto alla cultura ed alla storia tedesca moderna.

La Germania ha dato più volte dimostrazione di non saper aggregare ma solo subordinare i propri partner. Roma aggregava, certo anche attraverso la romanizzazione, i popoli conquistati ed ha finito per riconoscere universale la cittadinanza romana. La Germania, al contrario, è potenza di carattere esclusivamente egemonico. Per questo il nazismo era ferocemente anti-romano ed anti-cattolico. Il fatto è che, a partire dal nazionalismo ecclesiale inaugurato da Lutero e dalla corrente speculativa, eccessivamente apofatica, della “mistica renana” intesa come “mistica tedesca” – nella quale affondano anche le radici dell’idealismo non a caso nato con Kant ed Hegel in terra tedesca –, la Germania ha rigettato ogni prospettiva politica imperiale, ossia romano-cristiana, come ancora rappresentata nel XIX secolo dall’Austria asburgica che andava gradualmente e non senza problemi trasformandosi in una confederazione imperiale di popoli eguali, per affermare una prospettiva imperialistica su basi nazionaliste della quale prima il Reich guglielmino e poi il Reich hitleriano sono stati tentativi di affermazione su scala europea e mondiale.

Per due volte la Germania ha preferito l’imperialismo bellico – del resto risultato vincente, ai tempi di Bismarck, contro l’altro imperialismo nazionalista dell’epoca ossia quello francese di Napoleone III – all’imperialismo economico che pur gli industriali tedeschi nel 1914 consigliavano al Kaiser Guglielmo II in luogo dell’avventura militare.

L’imperialismo, solitamente, ha entrambi i volti, quello militare e quello economico. Se, però, si danno le giuste circostanze, l’imperialismo può affermarsi anche solo nella sua forma economica. Ed è esattamente quello che è accaduto all’interno dell’Unione Europea, soprattutto a partire dagli anni ’90 del secolo trascorso.

Preclusa, dal 1945, la strada dell’imperialismo bellico, alla Germania non restava altra via che quella dell’imperialismo economico. Che nel secondo dopoguerra, nelle circostanze della guerra fredda, era possibile praticare nella Nato all’ombra della protezione militare americana. Divisa in due, la Germania non ha mai cessato di aspirare – legittimamente – a ritrovare l’unità nazionale, ma nel frattempo era la parte occidentale a costruire le basi della futura potenza economica, benché anche la parte orientale, per quanto si poteva in regime socialista, rappresentasse la componente economicamente più dinamica all’interno del mondo comunista.

LA LOTTA USA-GERMANIA PER L’EGEMONIA IN EUROPA

Il numero n. 5/2017 di Limes, la rivista italiana di geopolitica, è stato dedicato al “duello Usa-Germania per l’Europa” ossia allo scontro Trump-Merkel che affonda, tuttavia, le radici in un confronto culturale e geopolitico molto più antico e del quale la rivista ripercorre i cammini storici e fornisce le spiegazioni, a partire dalla presenza di una forte componente etnica tedesca nelle classi dirigenti degli Stati Uniti.

«Americani e tedeschi – è scritto nell’editoriale intitolato “L’Europa tedesca, incubo americano” – sono in conflitto da cent’anni. Da quando nel 1917, gli Stati Uniti sbarcarono in Europa per liquidare il Reich guglielmino. Due guerre mondiali e una guerra fredda non hanno risolto la partita fra l’impero marittimo a vocazione universale e la principale potenza veterocontinentale. La posta in gioco, per Washington, era e resta impedire l’emergere in Eurasia di una concentrazione di potere capace di contendere agli Usa il primato planetario, conquistato grazie al suicidio degli imperi europei – brillantemente assistito dagli americani – nella prima metà del Novecento. Minaccia che potrebbe materializzarsi sotto forma di Europa tedesca – costellazione centrata su Berlino di paesi affini o comunque attratti dal suo magnete geoeconomico – allineata con Mosca, forse perfino con Pechino. La rivalità fra Stati Uniti e Germania ha carattere strutturale. E’ sistematica, non regionale né occasionale. La vulgata vuole ridurla alle due guerre mondiali. Non è così. Quei massacri espressero le fasi acute di una tensione transatlantica destinata a durare finché l’America sarà un impero sui generis e la Germania non cesserà di esserne percepita come soggetto inaffidabile – persino (o tanto più) se formalmente alleato – la cui forza economica e tecnologica potrebbe un giorno ergersi a base materiale di una superpotenza euroasiatica. Nemica per definizione. (…). Dal trionfo sul Terzo Reich a oggi, fra crisi e discontinuità, l’America ha ingaggiato una sorda, spesso segreta guerra con la Germania per scoraggiarne qualsiasi eventuale velleità di tentare una terza volta la scalata al cielo della potenza mondiale, foss’anche con mezzi pacifici e soprattutto se in coabitazione con altri, si chiamino Russia o Europa. Questa storia comincia fra l’8 e il 9 maggio 1945, quando la Wermacht si arrende senza condizioni agli alleati franco-britannico-americani e sovietici, percorre l’intera guerra fredda e continua, in mutevoli forme, fino a oggi».

Il richiamo schmittiano allo scontro tra il Leviathan, il mostro biblico marino, ed il Behemoth, l’altro mostro biblico però terraneo, è certamente affascinante e non privo di una sua verità storica per la comprensione delle relazioni americano-tedesche. Relazioni che sono passate e tuttora passano attraverso un forte ceppo di origine tedesca presente nella popolazione americana, fino a costituirne una lobby, e del quale nomi, in origine germanici, come Albright, Benson, Black, Bloom, Ford, Foreman, Fox, Hoover, Johnson, Long, Miller, Royce, Smith, Taylor sono indicativi.

L’affinità religiosa protestante rese accogliente nel XIX secolo l’ambente statunitense per i tedeschi. Friedrich List, considerato padre dell’economia nazionale tedesca, importò in Germania proprio dall’America il modello dirigista e protezionista – all’epoca chiamato appunto “sistema americano” ed opposto al liberoscambismo inglese – che fu alle origini del decollo bismarchiano della potenza economica tedesca. Dwight Eisenhower, il generale statunitense che combatté i tedeschi sul suolo europeo e che poi fu eletto nel dopoguerra presidente, era di origini germaniche. Lo stesso attuale presidente, Donald J. Trump, vanta antiche ascendenze familiari tedesche e forse anche per questo è orientato verso una politica economica “bismarchiana”.

Questo ceppo tedesco, “deutschamerikaner” o “german-americans”, si è integrato perfettamente nel paese di adozione, tanto da diventare parte fondamentale della classe dirigente. Nonostante le ostilità subite, in casa, durante i due scontri bellici con la Germania, i tedesco-americani, stretti dall’opposizione geopolitica tra la loro patria di adozione e la loro patria di origine, pur mai completamente dimenticando quest’ultima, hanno comunque costantemente preferito le ragioni americane.

LINEAMENTI STORICI ED ATTUALITA’ DI UN ANTICO CONFLITTO GEOPOLITICO

Messa in questi termini, ossia nei termini di uno scontro euro-americano, quindi tra la nazione-guida in Europa e la potenza occidentale oltre-oceanica, la questione sembrerebbe del tutto definita per gli altri europei. Tra Berlino e Washington la scelta dovrebbe essere inevitabilmente a favore della prima contro la seconda. Una scelta appunto “inevitabile” se non ci fosse un “ma”: l’incapacità tedesca, alla quale abbiamo sopra accennato, all’adempimento “giusto” del suo ruolo guida.

Margaret Thatcher aveva, come noto, un giudizio negativo sulla Germania. La Lady di ferro non credeva possibile un cambiamento della cultura aggressiva dei tedeschi. La statista britannica dimenticava lo spirito magari più raffinato ma altrettanto spocchioso ed egemonico dell’Inghilterra, sta però di fatto che il suo giudizio era ed è ancora condiviso dalla maggioranza degli inglesi. Anche questo spiega le radici della Brexit. Per uno degli strani paradossi della storia, il negativo giudizio thatcheriano oggi risuona nelle parole del tedesco-americano insediatosi alla Casa Bianca: “i tedeschi – ha affermato di recente Trump – sono cattivi, molto cattivi”.

Non si creda che tale avversione verso la Germania sia propria solo dell’attuale Presidente degli Stati Uniti. Anche Obama ha costellato la sua politica estera di critiche e diffidenza verso Berlino. Il caso delle sanzioni contro la Volkswagen, per i motori taroccati nel sistema anti-inquinamento, nasce sotto la presidenza Obama. Gli americani, in sostanza, non credono alla versione economica, e pertanto presuntivamente pacifica, dell’imperialismo tedesco. Non credono che la Germania sia passata dall’essere una  potenza bellicosa ad essere una industriosa e risparmiosa nazione tutta dedita, come una grande Svizzera, solo a produrre ed esportare. Lo stereotipo “sacrificale” dell’olocausto, ossia la trasformazione dell’orrendo genocidio nazista in un culto religioso globale, serve, in questo scontro geopolitico, anche quale arma psicologica per inchiodare la Germania alle sue responsabilità storiche e reprimerne ogni eventuale velleità di indipendenza dal protettorato americano attualmente esteso a tutta l’Europa.

Angela Merkel ha capito l’antifona di Donald Trump e questo spiega le sue dichiarazioni, a margine dell’ultimo G8, sulla necessità per l’Europa di rendersi autonoma nella difesa. Un nuovo europeismo trapela dalle parole della Merkel. Un europeismo, però, ad uso e consumo dell’egemonia economica tedesca sul Vecchio Continente.

Potrebbe persino dirsi che, in un certo senso, l’America abbia inventato la Nato e realizzato il Piano Marshall al solo scopo di controllare la Germania per controllare l’Europa. Nel secondo dopoguerra questo avveniva anche in funzione antisovietica ma dietro la ragione più ovvia si nascondeva l’antico conflitto tra il Leviathan americano ed il Behemoth tedesco.

La caduta dell’Urss nel 1990 ha portato in primo piano la motivazione recondita ma principale del protettorato americano imposto in Europa dopo la seconda guerra mondiale. Alla luce dell’emersione di questa recondita motivazione traspare, oggi, anche il grado di umiliante subalternità politica e militare a Washington cui sono giunti i popoli europei. L’allineamento europeo, contro gli stessi interessi economici dei popoli europei, alla politica americana delle sanzioni contro la Russia, per la questione Ucraina, è solo l’ultimo esempio di tale subalternità. Ma non a caso solo la Germania, anche lasciando che i suoi partner europei, stupidamente ligi agli ordini, si dissanguassero nelle sanzioni, segretamente ha continuato a negoziare accordi economici con Mosca.

Nel quadro dello scontro geopolitico tedesco-americano diventa ben comprensibile l’appoggio che gli Stati Uniti, nel secondo dopoguerra, hanno dato alla formazione prima della Cee e poi dell’UE. La narrazione europeista nasconde puntualmente la matrice americana del progetto europeo, ma è innegabile che la Cee/Ue è nata come longa manus dell’imperialismo statunitense per il dominio ed il controllo di quella penisola occidentale dell’Eurasia che è l’Europa.

Se nel 1947 l’America, con il Piano Marshall, inviò i suoi aiuti in Europa e nel 1948 riconobbe unilateralmente il marco tedesco, accreditando la Germania tra i Paesi del sistema di Bretton Woods, dando così la spinta decisiva alla ricostruzione tedesca ed al decollo della attuale potenza economica germanica, fu solo per affermare la propria egemonia sul suolo europeo in modo stabile e per tenere strettamente sotto controllo, Germania in primis, i suoi alleati/sudditi.

Il prezzo chiesto in cambio di questo protettorato, come aveva ben colto Ernst Nolte, era l’estirpazione – alla quale la cultura ed i media tedeschi contribuirono in modo alacre (si pensi alle polemiche sul “passato che non passa”) – dell’identità nazionale tedesca, sostituita con un più rassicurante “patriottismo della Costituzione”.

CONTINUA CON LA SECONDA PARTE

dal sito www.domuseuropa.eu

 

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