CONTRO GLI EUROCRATI – L’ITALIA HA BUONE CARTE.

“L’Italia va isolata Bruxelles”,  proclamano i media complici. Strano: invece il settimanale Marianne   dice che “a Bruxelles”   ad essersi isolato, e per colpa sua, è Emmanuel Macron. La sua delegata, Nathalie Loiseau,  ha  fallito il suo tentativo di ottenere la presidenza del gruppo parlamentare liberale “per aver insultato quasi tutte le personalità che contano” nella UE.  Macron, è per non essere da meno, ha provocato l’incidente diplomatico  tra il suo partito En  Marche e il suo alleato spagnolo Ciudadanos, che “si è permesso di minacciare pubblicamente  di scomunica se accettata l’appoggio (anche esterno) del partito populista Vox nell’amministrazione di alcune regioni spagnole. Macron si è privato così degli ultimi alleati di peso fra i liberali  europei.  Del suo famoso “asse franco-tedesco”, la rottura “si può a malapena nascondere”.

Sarà grazia se otterrà  che Michel Barnier venga votato come presidente della commissione.  Marianne accusa “una mancanza di cultura di coalizione”  in Manu e nel suo partito.

https://www.marianne.net/debattons/billets/la-france-nouveau-isolee-bruxelles-ne-peut-s-en-prendre-qu-elle-meme

I nostri media  complici disconoscono i  vivaci sommovimenti, le speranze di cambiamento e le effervescenze  – e le destabilizzazioni –   che nella gabbia europea  ha prodotto, in vari Stati,  la sgangherata  polemica (più parlata che reale) del governo italiano e le sue (vane) minacce di darsi i minibot.  Un esempio:

L’Irlanda si unisce agli 11 stati dell’UE che   vogliono ridiscutere  bilancio dell’area dell’euro  – Il piano franco-tedesco per riformare la zona euro deve affrontare una crescente opposizione

https://www.irishtimes.com/business/economy/ireland-joins-11-eu-states-seeking-discussion-of-euro-area-budget-1.3540151

L’Irlanda si è unita agli hanseatici, che non vogliono condividere i costi dell’euro con quelli del Sud. E’ un altro elemento di destabilizzazione che non si immaginava, fino a quando l’Italia era il servo di casa pronto a dare tutto e chiedere  niente.

Draghi ha irritato i nordici e dato ragione a Conte

Ricapitoliamo i fatti. A Sintra in Portogallo, il 18, Mario Draghi – riconoscendo  il calo economico (notevole in Germania) e  la recessione che bussa alla porta (o è già qui),  ha detto che la BCE è pronta a un nuovo allentamento monetario, altra stampa di moneta…

Ha criticato la politica del rigore imposta da  Bruxelles  per Berlino: “Abbiamo persino visto casi in cui la politica fiscale è stata pro-ciclica andando in direzione contraria allo stimolo monetario”.  Ha detto che “la politica di bilancio deve giocare il suo ruolo stimolando l’economia quando questa è debole e non lasciando alla sola  BCE questo compito”.

Insomma sostanzialmente (senza dirlo) ha dato ragione all’istanza che Conte sta portando alla UE:  è tempo di spesa pubblica, non di austerità.  Il giornalista Fabio Dragoni:  “La risposta alla  l’ha praticamente scritta

Draghi cerca lavoro? Non è più certo che il Colle glielo dia.

Non era mai successo. I membri nordici del consiglio della BCE sono stati colti di sorpresa  e hanno espresso la loro massima irritazione, facendo sapere che la frase di Draghi sul nuovo QE  non era stata affatto concordata (come ha detto lui, mentendo);  e che non c’è bisogno di alcun quantitative easing…

https://it.reuters.com/article/topNews/idITKCN1TK0XR-OITTP

 

Appena Draghi ha lasciato intravvedere  un prossimo sostegno all’economia europea in recessione con un nuovo “stampaggio”, è  calato lo spread, i valori delle azioni sono saliti, e l’euro si è deprezzato sul dollaro: suscitando il tonante tweet di Donald Trump:

Mario Draghi ha appena annunciato possibili  altri stimoli, e immediatamente ha fatto cadere l’euro contro il dollaro, rendendo ingiustamente più facile per loro competere contro gli Stati Uniti. Sono anni che lo fanno impunemente  insieme a Cina e altri”.

Oddio, e se adesso Trump mette i dazi sull’import di auto tedesche? Sciagura, sciagura per tutta la UE!,  piangono  i nostri media. Calano le prospettive di crescita globale, ci sarà la guerra delle monete e le  svalutazioni competitive..  sciagura per il commercio globale!, gridano le prefiche.

Ma sul Figaro (non un giornaletto  alternativo), un economista francese Nicolas Goetzmann,  direttore della ricerca e  della strategia macroeconomica alla Financière de la Cité,  giunge a dire: “Nella fase attuale, una guerra delle monete sarebbe buona cosa”.

Inaudito.  Anzitutto, spiega Goetzmann, perché “se l’euro è sopravvalutato per economie come la Francia [e Italia, Spagna, Grecia],  può ben essere  visto come sottovalutato per la Germania, che infatti ha un eccedente storicamente alto  verso il resto del mondo e specialmente verso gli Sati Uniti:  l’uso del termine “inequitable” da parte di Donald Trump è  legittimo verso la Germania, ma illegittimo nei riguardi di altri paesi della zona euro” – insomma l’economista sottintende: la “guerra delle valute”  metterà in discussione la politica che la Germania ha imposta agli europei a suo vantaggio.

Una guerra delle monete sarebbe una buona notizia,  aggiunge infatti: “Dal momento che è stato identificato un rischio nella zona euro (La Bundesbank ha appena avvertito la Germania  che avrà una contrazione del suo PIL nel secondo trimestre 2019) la BCE dovrà decidere  di sostenere la sua economia per disattivare il rischio. Che è appunto la funzione di una banca centrale”  – una  funzione per lungo tempo non attuata su pressione di Berlino .  “Da parte sua, il capo delle Federal Reserve Jerome Powell prossimamente darà più sostegno ad una economia americana   che dà segni di rallentamento da molte settimane [il che allarma molto Trump].  Se Pechino attuerà altre misure di sostegno all’economia,  farà svalutare lo yuan … il commercio mondiale rallenta e  le tre grandi economie possono correggere il tiro  sostituendo la domanda interna alla domanda estera –  ciò   che  devono fare le banche centrali.  Se le tre prime zone economiche mondiali si mettono al diapason,  e  sostengono nello stesso momento le loro proprie economie interne, dietro queste apparenti guerra monetarie, tutti ne trarranno vantaggio.  Il solo motivo di inquietudine   per un aumento generale dei consumi interno sarebbe un elevato tasso d’inflazione.  Per l’euro, ne siamo lontanissimi”. Infatti notoriamente Draghi  ha fallito il solo compito che aveva, per statuto, tenere l’inflazione attorno al 2%.  Tutto il discorso di Goetzmann è una implicita  destabilizzazione della dottrina tedesca sulla UE.

Ora la Germania strilla che i tassi d’interesse sono sottozero?

“I tassi d’interesse a lungo termine evolvono in funzione delle anticipazioni  su crescita e inflazione. Quando la congiuntura  si  degrada, tendono a calare – riprenderanno a salire quando i timori  di recessione saranno passati e le  anticipazioni di crescita e d’inflazione  risaliranno”.

Salvini e Boris Jonson alleati, l’incubo di Juncker

http://www.lefigaro.fr/vox/economie/pourquoi-une-guerre-des-monnaies-serait-une-bonne-nouvelle-20190619

Questi ripensamenti  non sarebbero possibili senza  le  provocazioni sgangherate del governo italiano.  Lo  hanno isolato gli e eurocrati ed europeisti?

“Boris Johnson e Matteo Salvini  entrambi al governo  saranno il peggior incubo di Bruxelles”, spiega invece Alphonso Moura , politologo portoghese, capo della facoltà di relazioni internazionali dell’Università  Cattolica portoghese.

“In questo momento, Jean Claude Juncker si concerta coi suoi per impedire un collegamento strategico tra Londra e Roma, che farebbe fallire il “suo” progetto europeo.  Se Bori Johnson diventa il prossimo primo ministro britannico, il Brexit “duro” e senza accordo diventa possibile.  Gli Usa non sono più interessati al mantenimento della UE….

“La data chiave per il destino della UE sarà il 22 luglio”, dice Moura, “quando sapremo se Boris Johnson sostituirà Theresa May. A quel punto, l’intesa fra Roma e Londra sarà del tutto naturale.  I due governi insisteranno entrambi sulla loro legittimazione democratica per  attaccare frontalmente la struttura di Bruxelles e la sua freddezza tecnocratica. Certo, quella  britannica è una rottura, e quella dell’Italia è una richiesta di rinegoziazione dei trattati. Per ora ….”.  In ogni caso  le richieste italiane saranno esaltate e rafforzate dalla comparsa di Boris Johnson (che tra l’altro è un romanista, ha scritto un decente libro dove spiega come mai Roma sapeva unire i popoli – al contrario di Maastricht).

Il populismo è  qui per restare, gli sforzi per eliminarlo demonizzandolo resteranno senza esito, annuncia il Foreign Policy, la rivista del Council on Foreign Relations  –  che  è lo storico think tank del globalismo. “Il populismo non è un fenomeno nazionale, è internazionale e geopolitico. Il populismo è il risultato diretto di importanti cambiamenti nella distribuzione globale del potere. Vale a dire, è una reazione alla perdita di potere di un Occidente precedentemente egemonico”.  Non è una moda, ma ha radici profonde nella crisio dell’Occidente.

https://foreignpolicy.com/2019/06/18/the-new-political-influencers/